In Flames – Alcatraz, Milano, 21 ottobre 2008

Sono solo le sette di sera quando i Sonic Syndicate si presentano sul palco dell’Alcatraz e imbracciano gli strumenti, mentre il locale è ancora semivuoto (per usare un eufemismo). Suonano con convinzione e con grinta: a convincere molto meno è la musica in se stessa.

Un chiaro tentativo di adattare certo death melodico alle istanze del moderno metalcore. Il risultato è qualcosa di prevedibile e innocuo, nonostante le chitarrone distorte e la voce in scream. Manca del tutto l’originalità, si pensa ad inseguire la moda melodic – core del momento ed a cercare di arruffianarsi il maggior numero di teenager possibile. Beh, missione fallita, perlomeno nel contesto dell’evento: gli Svedesi non riscaldano affatto l’ancora esiguo pubblico presente. Evidentemente non sono il solo a storcere il naso riguardo ai loro intenti “artistici”.

Va molto meglio con i Gojira, formazione Francese che si sta finalmente rivelando, dopo oltre dieci anni di carriera, come una delle più dotate compagini metal odierne. Etichettati anch’essi, troppo frettolosamente, quale band metalcore, in realtà i Gojira mostrano un background composito, il quale va a scandagliare innumerevoli aspetti diversi della musica “dura”: thrash, death, hardcore, tutto questo tramite un’attitudine che loro stessi considerano progressive. Durante la loro esibizione è ovviamente privilegiato l’aspetto più diretto e violento delle loro canzoni, pescate soprattutto dai loro ultimi due album, “From Mars To Sirius” e l’ottimo “The Way Of All Flesh”. Il pubblico inizia a farsi più numeroso, lasciandosi riscaldare dalla potenza e dall’aggressività dei transalpini: si assiste ai primi accenni di pogo, ma soprattutto si assiste ad uno show ricco di pathos. Questa è stata la prima esibizione dei Gojira in terra Italiana: difficilmente sarebbe potuta andar meglio.

Una bella sorpresa sono state anche le “star” della serata, gli In Flames. Intendiamoci: si tratta di veri professionisti, e non avevo il benché minimo dubbio sul grande spettacolo al quale avrei assistito di lì a poco. Però questa volta, oltre ai consueti effetti scenici e giochi di luce, i Nostri sono caricati a mille e si nota il divertimento che provano sul palco: qualcosa di più della solita professionalità. Evidentemente anche per loro l’annullamento del concerto all’Evolution è stato un episodio parecchio spiacevole, tant’è vero che lo stesso Fridén urla dal microfono che questa volta non ci sarà nessun temporale o tempesta in grado di fermarli. Dopo un’intro lunghissima, si parte con “The Chosen Pessimist” e si prosegue a manetta per due ore: raramente mi è capitato di vedere un band sempre in palla per un lasso di tempo così esteso. Nessun cedimento e pochissime pause: c’è stato anche il tempo per un medley, piazzato nel mezzo di una setlist discretamente bilanciata tra brani vecchi e nuovi (altra piacevole novità rispetto ai loro ultimi show, troppo sbilanciati a favore della produzione post – “Reroute To Remain”). Chiaro che si sia voluto comunque privilegiare il nuovo “A Sense Of Purpose”, uscito da pochi mesi: dal sopraccitato, infatti, sono stati pescati ben sette brani; ossia “The Mirror’s Truth”, “Alias”, “Sleepless Again”, “Move Through Me”, “Delight And Angers” e “I’m The Highway”, oltre alla già menzionata “The Chosen Pessimist”. Però, accanto ai soliti highlight degli ultimi lavori (“Trigger”, “Cloud Connected”, “My Sweet Shadow”, “Take This Life”, ecc.), sono state rispolverate alcune song appartenenti al primo periodo degli Scandinavi: “Zombie Inc.” e “Colony” dall’omonimo disco, e persino “The Hive” da “Whoracle”. Personalmente l’idea è stata di mio gradimento, e penso che anche il resto del pubblico (ora assai numeroso) abbia apprezzato, a giudicare dal calore con cui scandiva il nome del complesso. Unica nota negativa, la qualità dei suoni, piuttosto confusi e impastati: difetto che ha colpito tutti e tre i gruppi presenti, indistintamente. A parte ciò, una serata da ricordare, sicuramente: lo dice uno che non è propriamente un fan del quintetto Svedese. Ma di fronte a tali dimostrazioni di bravura c’è da levarsi il cappello, sempre.

Stefano Masnaghetti

 

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