Jake Bugg Alcatraz Milano 4 dicembre 2014

Infoltendo la schiera dei concerti italiani sold out, Jake Bugg si è esibito il 4 dicembre 2013 all’Alcatraz di Milano. Grande successo per la giovanissima star inglese (classe 1994), anche se il tutto esaurito è limitato al solito b-stage da metà locale. Tra tutti i nuovi cantautori inglesi (il cui numero cresce più rapidamente della popolazione indiana e cinese, ma poco più lentamente degli youtubers) Jake Bugg sembra essere quello con più occhi puntati addosso. D’altra parte il suo disco d’esordio è ancora sulla bocca di tutti, e il nuovo “Shangri- La” non è da meno. Ma dal vivo?

Innanzitutto è bene chiarire che il target di Jake Bugg non è circoscritto ai suoi coetanei. Chi non fosse d’accordo potrebbe farsi quattro chiacchiere con chi l’ha scelto per aprire il concerto dei Rolling Stones ad Hyde Park. O direttamente con chi è stato ad Hyde Park. In tal senso anche la struttura a livelli del pubblico dell’Alcatraz parla chiaro. Livello 1, piano rialzato: età media abbastanza alta, interesse composto, espressioni d’approvazione. Livello 2, prima metà del parterre: principalmente coppie, trentenni con il drink in mano, espressioni di compiacimento. Livello 3, seconda metà del parterre: ragazzi e ragazzini in fibrillazione, larga rappresentanza del gentil sesso, espressioni di adorazione. E a giudicare dall’imprinting nel pit, è difficile credere che Bugg abbia sottratto adepti a Justin Bieber, come qualcuno si ostina a sostenere.

Foto di Rodolfo Sassano

Fin dal suo ingresso sul palco la sua linea di condotta si dimostra inflessibile: un bel broncio (apparentemente di repertorio) e quel poco di supponenza che ci porta a credere che la sappia decisamente lunga. Attacca con “There’s a beast and we all feed it” e lascia senza parole molte persone: trovare differenze con ciò che si è ascoltato su disco è davvero un’ardua impresa. Complici la perfetta acustica, decisamente oltre gli standard della venue, e gli ottimi turnisti. Trasuda sicurezza da ogni poro Jake, alla faccia di chi premonisce che verrà schiacciato sotto il peso delle aspettative e dello stress. Che la supponenza sia in realtà consapevolezza? Ricordiamo che “… degli eccessi dei Beatles e dei Rolling Stones voglio prenderne uno solo: quello di incidere un disco dopo l’altro”. Il terzo pezzo della setlist, “Seen it all”, ricorda i classici momenti in cui i rocker d’annata tirano fuori il singolone che fa cantare anche chi è presente per timbrare il cartellino del live addicted. Nessuna parola dal ragazzo di Nottingham, se non per dire “questo brano è tratto dal mio primo album”, come se anche lui si dimenticasse della vicinanza temporale del suo debutto. A metà setlist arriva poi l’intermezzo acustico, con “Country song”, “Pine trees” e “A song about love”, prima di lasciare spazio al kaboom tratto dal nuovo album, che culmina in “What doesn’t kill you” e “Slumville sunrise”. Qui il primo pogo della serata e le uniche piccole imprecisioni dell’artista.  A concludere, nell’encore, arrivano tre momenti da cornice: “Broken”, poi una sentita cover di “My My, Hey Hey” di Neil Young (una delle sue maggiori influenze), ed infine “Lightning Bolt”, l’asso-piglia-tutto.

Difficile dire se Jake Bugg rimarrà ancora a lungo uno specchio delle sue numerose e autorevoli influenze o se troverà un punto di congiunzione tra presente e passato che non comporti vincoli refenziali, ciò che è certo  è che fa bene al mondo della musica e se dal vivo qualcuno è convinto che l’idea di usare Shazam per riconoscere il pezzo in corso sia sensata, vuol dire che la qualità c’è ed è tanta. E anche che l’idea che Shazam funzioni grazie a misteriosi sortilegi non si è ancora estinta, ma questo è un altro discorso.


Condividi.