John Mayall, Torino Hiroshima Mon Amour 27 febbraio 2014

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A riunire gli amanti del Blues all’Hiroshima Mon Amour di Torino il 27 febbraio 2014, a pochi giorni di distanza dal concerto del tuareg Bombino, ci ha pensato il leggendario pioniere inglese, ormai ottantenne, Mr. John Mayall, per l’ultima data del suo tour italiano.

Al suo fianco una solida sezione ritmica made in Chicago, composta da Jay Davenport alla batteria e Greg Rzab al basso, mentre ad occupare il posto di chitarrista, un tempo appartenuto a nomi del calibro di Eric Clapton, Mike Taylor e Peter Green, c’è ora il texano Rocky Athas. A detta dello stesso artista, dopo 51 album pubblicati e 58 anni di attività, una simile vastità di repertorio rende davvero difficile scegliere i brani per il concerto, ma il filo conduttore nelle sonorità della scaletta, sebbene ricca di contaminazioni rock e jazzy, è sempre lo stesso: il Blues. Il concerto si apre con l’interpretazione di un classico di Sonny Boy WIlliamson, “Help me”, seguita da “Dirty Water” e “Riding on the L and N”, due pezzi storici tratti dal repertorio dei Bluesbreakers. La coesione e l’interplay della band creano una miscela sulla quale il polistrumentismo, una delle principali peculiarità di Mayall, ha terreno fertile per la libera espressione solistica, in rotazione continua tra voce, armonica, tastiere e chitarra elettrica. La serata si arricchisce di tinte funky con il brano “Somebody is acting like a child” per poi immergersi nuovamente nel genere predominante con gli shuffle “Walking on Sunset” e “Parchman Farm”, un vecchio brano di Mose Allison, inciso nel 1968 nel celebre album “Blues Breakers with Eric Clapton” conosciuto anche come “Beano”, nel quale l’artista britannico ha fatto scuola a Mr. Slowhand. L’interazione col pubblico torinese partecipe ed attento coinvolge lo stesso John Mayall che, entusiasmato dall’audience, non fa mancare in scaletta uno slow blues viscerale degno di nota. Ed ecco che sfodera la sua “All my life” sulla quale anche Rocky Athas ha spazio per esprimersi con la sua chitarra, rievocando per stile e suono Gary Moore.

Il pezzo conclusivo finale, dopo quasi due ore di concerto, è il brano “Room to move”, estratto dall’album “Turning point”, che tra virtuosismi all’armonica chiude lo show lasciando ai presenti la sensazione di aver visto dal vivo un pezzo di storia della musica, una leggenda per la quale, in quanto a intensità ed energia, sembra non esserci età.

Matteo De Feo


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