Julie’s Haircut, Angelo Mai Altrove Occupato, Roma, 31 gennaio 2014

“Pioggia. Pioggia incessante. E meravigliosa”: all’uscita della metro è stato questo il mio pensiero. In cuffia “Ashram Equinox“, ultimo strepitoso disco dei Julie’s Haircut. Entravo nel mood, mentre raggiungevo l’Angelo Mai, circondato dagli imponenti alberi attorno alle terme di Caracalla; attraversavo un mondo che riluceva mentre il flusso sonoro di “Taotie” stimolava il mio battito cardiaco, allineandolo a chissà quale energia cosmica.

Dopo una mezz’oretta nell’osteria di Pina – il tempo di consumare una birra, perso nel vago vociare dei presenti – si aprono le porte della sala: una rapida occhiata e decido all’istante di raggiungere gli spalti: sapevo che lo spettacolo avrebbe giovato di una visual experience, firmata da VJ Klein, ma non mi sarei aspettato di trovare il telo, già infuso della luce delle proiezioni, in mimesi con la quarta parete del palco, quindi tra la band ed il pubblico. Lì, a plasmarci nella visione del suo terzo occhio, campeggiava il ragazzo in bianco e nero della copertina di “Ashram Equinox”.

Come in filigrana, mentre la sala rabbuia, appaiono in punta di piedi i musicisti. Parte “Ashram”, con il suo beat di basso: la rivelazione del cosmo sonoro dei Julie’s è accompagnata da immagini tipiche del nostro universo. Davanti all’immensità dello spazio siderale, alla sua longevità, alla sua sempiterna potenza, gli uomini appaiono solerti e operosi, o anche schizoidi e infimi. Uomini, o formiche, o api: dotati però di un potere tanto distruttivo quanto, in fondo, vano. Il disco viene snocciolato nella sequenza e nella forma che abbiamo imparato a conoscere a memoria: “Tarazed”, “Johin” e “Taarna” aumentano le istanze dell’universo sonoro in espansione, in cui le scintillanti meraviglie foniche vengono tradotte in immagini da Klein in un gioco tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo – l’uomo, che in sé, contiene l’infinitamente grande. È un loop immaginifico.

“Equinox”, che divide a metà la prima parte, palesa le velleità ascetiche dei Julie’s: la preghiera, il raccoglimento, l’equinozio tra uomo e natura. Una quadratura astrale, nel caso degli asceti indiani dipinti sullo schermo con la luce; un equivoco, forse, nel caso della società occidentale. La perfezione della natura si lacera nella geometria cementizia di palazzi che penso di aver già visto in “Sacro Gra”: le squame di una città vista dall’alto si confondono con quelle del mondo rettile e insettile, protagonista sullo schermo mentre fluttuano nell’aria le note di “Sator” e “Taotie”: non mancano rimandi meta-discorsivi, quando scorrono immagini di equalizzatori, macchine che l’uomo usa per restituire la natura alla parvenza di se stessa.

Incastri di luoghi, incastri di mondi, incastri di menti, fusione di spiriti: la costruzione di questo iper- o mega-universo culmina nelle visioni del terzo occhio di cui su, e nel fuoco solare che esplode perpetuo, lontano dalle affabulazioni greche dell’umano dio Febo, e simile a quel che è in realtà: un ammasso caotico di gas, emanazione di un’energia misteriosa; svaniscono le immagini, così come svanisce questo universo olofonico sui trilli di “Han”, che chiude l’esperienza sonico-visuale di “Ashram Equinox”.

Come desto da un lungo pensiero, ritorno alla realtà, che nel nostro caso ha soprattutto la fisionomia del vociare d’osteria, mai domo malgrado le meraviglie sinestetiche che ci hanno avvolto per quasi un’ora. E allora parte “Bonfire”, ad inaugurare la seconda parte del concerto, dove la componente kosmische e kraut si fonde con quella indie e post-rock all’italiana: seguono “Dark Leopards of the moon”, “Death machine”, “The Devil in Kate Moss” – qui le chitarre e il sax (Edoardo Fiorini) implodono sul beat motorik – e “Satan Eats Seitan”, uno dei brani più acclamati, per mettere d’accordo tutti – gente d’osteria e non.

A sorpresa, fra i bis, la cover di “Heart and Soul”, nelle idee dei Julie’s meno oscura e più 70’s, grazie alla voce de-romanticizzata dal vocoder e al moog. Si chiude con una lunga versione delle due parti di “Gemini”, il viaggio finale che culmina con il saluto dei Julie’s fra gli applausi spontanei della platea. L’attesa è stata lunga, ma non vana: i Julie’s portano in scena un progetto ambizioso e avvolgente. Il pensiero, mentre raggiungo la fermata del bus notturno, è ora questo: “Pensa che spettacolo se potessimo vederli all’Auditorium…”. Chissà!

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