Kenny Barron – Auditorium Parco della Musica, Roma 13 marzo 2009

Assistere a questo concerto è come fare un piacevolissimo ripasso del jazz più recente dato che Kenny Barron, classe 1943, è davvero un personaggio che si è trovato, e non per caso, al centro di tanti gruppi ed al cospetto di tanti artisti di altissimo livello.

Siede al piano dopo un simpatico saluto, si studia la lista dei brani, la poggia sullo Steinway ed inizia a suonare. Semplicemente. Suona Monk (Light Blue), Brubeck (Love is in), Billie Holiday (Hush now, don’t explain) , Benny Carter (When Lights are Low) ancora Monk (Well you needn’t). Ma soprattutto suona Kenny Barron.
Non è possibile ignorare la sequenza di interpretazioni che precedono, nel tempo, brani ormai ‘classici’, quelli che Kenny chiama ‘old standard’. Non puoi prescindere da come fu interpretato “When Lights” da Miles Davis. E dunque il fraseggio di Barron su questi temi è di livello elevato ma, in qualche modo, standard. Cioè suona come ci si aspetta che suoni un pianista che ha lavorato con Dizzy Gillespie, con Freddie Hubbard, con Ron Carter… e la lista potrebbe allungarsi parecchio.
Suona con un approccio boppistico, lunghi assolo con la mano destra a ricordare i fraseggi di Bud Powell, di Charlie Parker, con la sinistra che butta solo qualche rapido accordo. Suona con i voicing (e cioè le armonie) che furono di Wynton Kelly, di Bud Powell.

Ma il Kenny Barron che si rivela, perlomeno per chi vi scrive, una vera sorpresa è quello che presenta i suoi brani: “Lullaby”, “And then again”, “Song for Abdullah Ibrahim”, “Skyline”…
Qui veramente Kenny ci lascia intravedere uno scorcio della sua anima più profonda. In questi brani, soprattutto nelle ballad, i concetti di voicing, di block chord, di bebop, di anatole, di unisono, di blues vengono come temporaneamente accantonati. Qui c’è qualcosa di diverso, di più intimo e profondo, di meno mediato dalle forme e dalla tradizione.
E torniamo al solito discorso: il jazz è terapia dell’anima. il jazz è, alla fine delle cose, composizione, è riflessione, è condivisione di un pensiero elevato e profondo (godetevi l’ossimoro).
Senza violare il principio dell’ “entertainment” Barron ci propone una musica formalmente molto curata, ma anche meditata e filtrata da una vita passata in mezzo ai grandi. E non poco deve averlo influenzato la sua attività di didatta, anche solo nel modo di comunicare, con un inglese pulito, con parole semplici, con empatia verso un pubblico che dopo pochi minuti è gia pienamente conquistato.
Scorre via un’ora e mezza di bellissima musica, un lezione di classe, senza clamori che ci penetra forse più di quanto non ci avvediamo. Torno a casa e mi dispiace che sia finita. Alla prossima, Kenny.

Marco Lorenzo Faustini

Condividi.