Korn – Pordenone, Milano 22 e 23 febbraio 2008


 

Palasport, Pordenone 22 febbraio 2008

 

Seguo i Korn dal 1998, anno di uscita del fortunato “Follow the leader”, disco che ha lanciato di fatto la band di Bakersfield nello showbiz mondiale, però, per varie vicissitudini, me li son sempre persi. Ho accolto con gioia e gaudio la notizia della loro data di Pordenone, iniziando a fare il countdown per quell’evento già un paio di mesi prima, per quella che è, almeno in Italia, la prima data di un vero e proprio tour di supporto ad un album dai tempi della data al Campovolo di Reggio Emilia (il disco in questione è “Untouchables”). Data, questa friulana, che ha portato circa 4000 persone (anche dalla vicina Slovenia) di tutte le età al piccolo palazzetto, con un sold out di fatto annunciato, e decretando la netta superiorità live della band di Jonathan Davis e, purtroppo, i timori che la scelta dei due supporting act è stata azzardata e deludente.

Ma parliamo del concerto. Poco prima delle 20 salgono sul palco i Deathstars, che pubblicheranno a breve il loro terzo album. Band pompatissima dall’etichetta madre, la Nuclear Blast, ma che, di fatto, è un copiaincolla dei nostrani Ensoph. Niente da dire sul gruppo band, infatti il concerto dal punto di vista professionale è impeccabile: ottima tenuta del palco, grandissimo tiro, un frontman capace e delle canzoni che suonano molto più potenti rispetto al disco. Però fa girare le scatole il fatto che questa band prenda a man bassa dai Pain di Peter Tagtgren (ai limiti del plagio) dal punto di vista musicale e, dal punto di vista attitudinale, il frontman sembrava una via di mezzo tra Dave Gahan dei Depeche Mode e Aaron Stainthorpe dei My Dying Bride. Picco del concerto, a dirla tutta, la comparsata del percussionista/seconda voce dei Korn Kalen Chase a fine set. Da rivedere, riascoltare e, forse, rivalutare.

I Flyleaf erano per buonissima parte sconosciuti ai presenti: chi si era sentito al massimo i due pezzi sul MySpace, chi, come il sottoscritto, era venuto allo sbaraglio. Il giudizio, alla fine, è leggermente migliore della band precedente: il leggermente, infatti, è dovuto ad una cover riuscitissima (e da pelle d’oca) di “Something I can never have” dei Nine Inch Nails. Certo, anche in questo caso siamo di fronte ad una band che cita e copia senza scrupoli: la deliziosa cantante era Bjork con qualche sprazzo di Otep con un quindicesimo della grinta; i chitarristi prendevano a man bassa dal numetal (principalmente i P.O.D.) e dal post-qualsiasicosa (dall’attitudine sul palco al suonare la chitarra come un violino, come gli islandesi Sigur Ros). L’unico genuino sembrava il bassista, che si è mosso e sbattuto sul palco fin dall’inizio, facendo anche un salto altissimo dagli amplificatori nella seconda metà del set: ma il voler farlo sempre e comunque, e il fatto che rispetto agli altri sembrava un pesce fuor d’acqua, lo ha reso soporifero e noioso già dalla terza canzone. Un set a tratti noiosetto, ma impreziosito da quella gemma splendente piazzata proprio verso la fine del set: la conferma che, almeno come supporting act, i Korn hanno toppato alla grande…ma, come si direbbe, chissenefrega. Di fronte ad un concerto come quello dei Korn anche uno spettacolo dei Teletubbies proiettato prima dello show sarebbe stato giustificato.

La band, orfana di tre membri originari su cinque (anche se i due rimasti sono, di fatto, il nucleo attorno al quale gira tutto l’universo Korn), si conferma uno dei live act “da vedere” nel panorama alternativo. Siamo di fronte ad una band di turnisti (sugli scudi Kalen Chase e il batterista Ray Luzier, ex David Lee Roth) che ha retto alla grande il peso lasciato da Munky-Head-David Silveria; un Fieldy praticamente perfetto e un Jonathan Davis monumentale, al quale sarebbe da dedicare un capitolo a sé: dal punto di vista tecnico, zero cali di tono nelle due ore di concerto; dal punto di vista umano, una persona che si muove, incita il pubblico, un carisma che straborda e, soprattutto, un uomo commosso che resta per moltissimo tempo a fine concerto a raccogliere gli applausi del pubblico e a farli lui stesso. Un pazzo psicopatico, come sembrerebbe dai video della band, che si scrolla la maschera rivelando la sua natura umana. Anche lo show portato dalla band è mastodontico, anche se, per motivi logistici, il palco è più piccolo rispetto a quello visto in altre date del tour europeo. Dal punto di vista dello show, però, i 4000 di Pordenone non hanno perso nulla dei giochi di laser che sono l’elemento in più dello show degli statunitensi.

Niente da dire sulla scaletta: partendo dai brani degli ultimi due deludenti dischi, ai quali è dedicato abbastanza spazio in scaletta, tutti guadagnano in sede live diversi punti. Due fra tutti, il primo singolo tratto da “Untitled” “Evolution” e “Coming undone” che, in accoppiata al classicone “We will rock you” dei Queen ha rischiato letteralmente di tirar giù il palazzetto già nella prima metà di concerto. Ma i veri momenti di panico arrivano con le hits della band: già come terza canzone la band piazza quella bomba chiamata “ADIDAS”, passando poi per dei macigni (anche dal punto di vista sonoro) come “Falling away from me”, “Freak on a leash” e “Faget”, riproposta in Europa durante questo tour dopo tre anni, dedicata ai fan di vecchia data. La band trova spazio anche per delle citazioni del calibro di “Good god” e “Shoots and ladders”, suonata dallo stesso Jon Davis con la sua immancabile zampogna.
Il vero panico è nell’encore, nel quale la band propone “Blind” (e qui complimenti al pubblico, fatto sedere dallo stesso Davis per poi saltare appena dopo il noto “Are you ready?”, cosa che i Korn riescono a far fare alla gente da almeno dieci anni.. pubblico che però si alza mezz’ora prima pronto per immortalare con il telefonino l’evento, ndr), “Somebody someone” e la conclusiva “Got the life”, che fa saltare, cantare e ballare tutti, grandi e piccini, dal parterre alle gremitissime gradinate.

Una data passata in sordina, quella di Pordenone (tantissimi infatti saranno andati a Milano), ma che ha confermato comunque che i Korn sono una band avanti secoli rispetto alla media, e che fa capire, a posteriori, perchè della famosa ondata numetal sono restati solamente i fondatori: loro e i Deftones.

N.L.

 

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Datchforum, Milano 23 febbraio 2008

Le noti graffianti e la voce in scream dei Deathstars, al grido di “sex, drugs ‘n’ industrial”, hanno già riscaldato abbastanza l’atmosfera, si annuncia una serata grandiosa.
L’attesa per gli headliner è enorme. Un’ovazione accompagna un addetto mentre scopre la singolare asta del microfono di Davis, un misto tra il macabro e il tecnologico. I Korn sono a Milano!

Si fanno aspettare, come una mostruosa sposa all’altare della musica, ma quei venti minuti scarsi non fanno altro che far scoppiare il cuore per l’ansia. Fumo e luci psichedeliche, ma il palco resta buio. Il batterista, entrato senza essere notato, accenna un semplice ritmo. Entra il secondo chitarrista e la seconda voce, ma le prime grida cominciano quando è il bassista (Reginald “Fieldy” Arvizu) a fare l’ingresso in scena. Arriva il turno di James “Munky” Shaffer, il chitarrista, e le grida crescono fino a raggiungere l’apice quando Jonathan Davis appare, intonando le prime parole di “Right now”.

L’inizio è all’altezza del nome “Korn”, momenti taglienti, schizofrenici e ribelli. Vengono riproposti brani classici, ormai parte della storia, come “Adidas”, “Here to stay” e “Freak on a leash”, alternati con pezzi del nuovo album. Ma il pubblico entra nel ricordo di Davis e soci quando canta il  ritornello, microfono teso verso una massa di fan al settimo cielo, di “Falling away from me”. Ma ancora non è arrivato il meglio.

Acutissime e penetranti note di cornamusa irrompono nel silenzio creatosi dopo l’ultima canzone, a torturare l’udito già messo a dura prova del pubblico, specie per chi si trova vicino al palco. Davis si prende il suo spazio suonando quel poco comune strumento, interrotto poi (per fortuna o purtroppo? Dipende dai gusti…) dalle note di “Helmet in a bush”. Arriva quindi il momento del chitarrista con un melodico assolo di chitarra, accompagnato da una tastiera, che ricorda vagamente un Gilmour datosi al nu metal, molto ben interpretato. Centinaia di telefonini vengono alzati e ondeggiati a tempo illuminando la sala, superando di gran numero gli ormai poco tecnologici accendini.

Si torna al nuovo album, con “Evolution”, e si aggiunge una voce femminile non presente nella versione in studio. Un’improvvisazione azzeccata, in qualsiasi caso. “Blind”, viene aperta da un assolo di basso e batteria, e una nostalgica lacrima sembra scendere sulla scatenata folla, in quanto prima canzone scritta dal gruppo di Bakersfield. I Nostri escono dal palco, lasciando tutti “dimmerda”, salutando con un freddissimo “Have a good night!”. Ma era scontato il loro ritorno, seppur si temesse per il peggio dopo 5 minuti di nulla assoluto. Poco dopo la rabbia di “Got the life” termina un concerto di alto livello. Davis augura la buonanotte e ringrazia. Un abbraccio tra i componenti del gruppo, che emoziona anche quelli del pubblico, tanto che un’ovazione accompagna il loro gesto d’affetto reciproco. Si accendono le luci ed il sogno finisce: un sogno siglato Korn e musica!

Setlist: Intro, Right now, Love song, Adidas, Hold on, Starting over, Falling away from me, Coming undone, Here to stay, Ever be, Faget, Shoots and ladders (bagpipes) / Helmet in the bush, Freak on a leash, Bottled up inside, Kiss, Evolution, Ass itch, Blind, Somebody someone, Got the life.

Grazie a Riccardo Nicoli

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