Larry Carlton – Blue Note, Milano 26 marzo 2008

Larry Carlton è un chitarrista poliedrico e versatile, con all’attivo decine di collaborazioni al fianco di artisti molto diversi tra loro (John Lennon, Quincey Jones, Michael Jackson, Joni Mitchell, Steely Dan) che gli sono valse vari Grammy Awards ed una fama solida e longeva.
Tante esperienze ed una carriera più che trentennale hanno reso unico ed assolutamente riconoscibile il suono di questo musicista che trascende i generi musicali pur restando intimamente legato al linguaggio del blues e del jazz.

Al concerto del Blue Note Carlton si presenta con Travis Carlton al basso e Toss Panos alla batteria, producendo un set decisamente improntato sulle possibilità armoniche e melodiche della chitarra; imbracciando la fedele Gibson 335 (cui il chitarrista californiano è così fortemente associato da aver guadagnato il soprannome di “Mr. 335”) Larry Carlton ritorna alle radici jazz e blues nell’esecuzione di pezzi tratti dall’ultimo lavoro intitolato “The jazz king” e di classici del suo repertorio solistico.
I brani in scaletta hanno arrangiamenti piacevolmente semplici e scarni, liberi dalle ridondanze caratterizzate da archi e sintetizzatori che avvolgevano alcuni lavori degli anni passati.
Il trio, formazione perfetta e pericolosa, è reattivo, la sezione ritmica segue i guizzi solistici e le variazioni dinamiche del chitarrista, spesso scambiandosi gli assoli sempre dosati ed esaustivi; la sonorità generale gravita attorno all’essenzialità, solido negli a solo e dal suono robusto il bassista, personale e talvolta tendente al rock il batterista.
Carlton è sempre legato a idee melodiche efficaci, misurato nei soli che costruisce alternando linee pulite e cristalline a sequenze di accordi densi a là Wes Montgomery (uno dei suoi punti di riferimento giovanili) e sempre attento all’equilibrio armonico delle composizioni, impegnato a non lasciare vuoti nella trama delle improvvisazioni che lo vedono solo, senza aiuto di tastiere o sezione fiati (come accadeva nei tuor precedenti).

Abbandonata momentaneamente la Gibson il chitarrista regala una parentesi “unplugged” con un paio di pezzi eseguiti all’acustica, per ritornare poi ad un blues – rock ed alle sonorità overdrive che lo hanno reso famoso; ad onorare il rito del bis ritorna soltanto Carlton che esegue una ballad in solitario dal tema cantabile e armonizzato riccamente, sulla scia di dischi anni ottanta di jazz easy-listening come “Sleep walk”.
Più che per la forza e l’efficacia delle composizioni, a volte un poco datate, questo trio si fa apprezzare per le esecuzioni impeccabili e coinvolgenti e per l’interplay creatosi nei migliori momenti solistici, rendendo piacevole ed emozionante una musica che spesso nelle incisioni è offuscata da arrangiamenti pesanti e produzioni patinate.

S.Z.

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