Litfiba Trilogia Tour Roma, Atlantico 20 aprile 2013

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Che si trattasse di un viaggio nel tempo non ne avevamo dubbi: non solo il nome del tour, ma anche le parole di Piero che aprono il freschissimo doppio cd registrato nelle prime due date all’Alcatraz di Milano ce lo avevano anticipato. Lì doveva aprirsi e immediatamente concludersi questa parentesi nella recente storia del gruppo fiorentino: un momento per omaggiare il grande assente, il batterista Ringo De Palma, scomparso nel 1990 come molti altri in quei tempi. Istante dilatatosi fino a prendere le dimensioni di un mini-tour lungo tutta la penisola, incassando ovunque il tutto esaurito. E non c’è da meravigliarsi, perché non è un concerto dei Litfiba qualunque.

Né per me era il primo. O forse sì? Perché sembra di vedere sul palco i membri dei Litfiba coinvolti in un progetto parallelo e sommerso, che in fondo temevo di aver perso per sempre. Certo, si parte dalla formazione: senza nulla togliere agli altri, ma quanto danno il suono e l’aura di Maroccolo e lo stile del raffinato “marchese” Antonio Aiazzi? E poi i brani, molti inediti, per me, dal vivo: Versante Est, Pierrot e la luna, Gira nel mio cerchio, Transea, ecc. Non v’è dubbio: molti mi hanno detto che hanno già visto i Litfiba molte volte e questa volta non andranno. È evidente che non hanno ben compreso l’importanza di questo tour – e quindi della storia della band.

Eroi nel vento lancia immediatamente le migliaia di adepti che hanno colmato fino all’orlo l’Atlantico di Roma nel suddetto viaggio, e non sarà sufficiente un imprevisto black-out elettrico a dissolvere l’energia di Tziganata (diavolo, siamo solo al secondo brano e già va via la corrente!) che ferma inevitabilmente tutti, ma non Luca “Anguilla” Martelli che continua dritto in un assolo di batteria in acustico – insomma, questo ti fa capire che la personalità e la voglia di suonare di ognuno dei musicisti sul palco è micidiale.

Piero commenta quasi tutti i brani, il che non va giù a parecchi: ma del resto è un viaggio, e la sua calda voce narrante sospende il ritmo, ribadisce il senso della musica e dei testi, avvicina tutti fino a rendere il pubblico un unico trasognato interlocutore: lo accompagna alla Grande Porta d’Oriente (Istanbul, momento magniloquente), ai piedi del Versante Est o in sala per lo Schönberg di Pierrot Lunaire in Pierrot e la luna; a Santiago, allorché papa Giovanni Paolo II si affaccia sul terrazzo in compagnia del crudele Pinochet – la famosa «orgia sul balcone», mentre i fantasmi dei Desaparecidos aleggiavano nella piazza.

Tema portante della Trilogia è il potere, e la guerra, si sa, è vile imprescindibile  strumento per perpetrarlo. Da sempre in odio ai Litfiba, con rabbia e disperazione la band ne ha spesso raccontato le mestizie, tanto dolorose quanto danarose: ecco perché Guerra e Versante Est, ad esempio, sono momenti intensi e indelebili, connotativi di questo tour – certo, avrei preferito in scaletta anche Univers, Febbre, Come un Dio, ma forse dovrò aspettare un tour commemorativo di 17 re (magari! E chissà, nel 2016…).

Le prerogative del viaggio non risparmiano flash-forward e squarci temporali nel presente: La preda allora è dedicata al «famoso smacchiatore di leopardi Bersani (la preda sei tu!) e a tutta la sua casta di intoccabili/ineleggibili/intrombabili».

Né le strette tematiche politiche impediscono momenti più intimi e delicati come Ballata, o Elettrica danza, o Resta, dedicata ad un amore difficile: sofferenza rivissuta sul palco da Piero dopo quella ormai lontana partenza in Belgio con i suoi compagni di viaggio in vista dell’Eurorock ’86, che segnò la fine del rapporto.

Così il cammino non può che terminare con un classico, un must dei primi Litfiba: Tex! Ognuno è richiamato al significato di libertà e alla necessità di rivendicarla. E a guardarli, quei cinque lì, abbracciati e sorridenti salutare il pubblico nel finale inchino di rito, sembra che oggi la musica sia rimasto uno dei pochi luoghi privilegiati dove ritrovare pienamente i sentimenti di indipendenza, emancipazione, autonomia; quotidianamente oppressi, puntualmente.

Tutto questo – e inevitabilmente molto altro – sono i Litfiba della Trilogia. Fra il pubblico molti over 40, e moltissimi dressed in black. Era piuttosto scontato, certo, ma è lì che si è palesato che tipo di band abbiamo avuto in Italia in quegli anni: grande qualità, grande coraggio, grande autorevolezza: ma soprattutto caratura europea nel rappresentare una new-wave in declino che trovava in Italia una sua nuova mitica vita; e mitici album.

Fra i numerosi ritorni che spesso appaiono tristi e dannatamente evitabili il ritorno dei Litfiba non è fra questi. Con Ghigo, Gianni e Antonio a scambiarsi sorrisi compiaciuti, semplicemente felici, e Piero a percorrere ossessivamente, con «le ali ai piedi», come suo solito, da una parte all’altra il perimetro del palco, da vero istrione quale è sempre stato, sappiamo che qui i soldi non contano. Quei tipi lì sanno benissimo quante emozioni stavano regalando ancora a chi aveva già avuto la fortuna di vederli e per la prima volta a chi, come me, non li aveva mai visti insieme così.

Non ci resta che sperare in una seconda parte del tour? Beh, per chi fra voi non ha potuto o voluto prender parte alla prima non starei nella pelle ad una tale eventualità. Per quanto mi riguarda se il gruppo decidesse di sciogliersi per ritrovarsi ancora fra altri vent’anni, io non sarei del tutto dispiaciuto; d’altronde non si alimenta, la leggenda, anche nella rarità delle esperienze?

Grazie a Cristian Ciccone

Cover story Nicola Lucchetta (Litfiba in concerto a Padova)


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