Lynyrd Skynyrd, Shinedown – Palasharp, Milano 3 giugno 2009

Gli Skynyrd mancavano dall’Italia dal 16 ottobre 1997, data in cui passarono al Palaconcerti Acquatica di Milano. Sono passati quasi 12 anni. Allora come spalla avevano il Bruce Dickinson solista, impegnato nel tour di “Accident Of Birth”. Altri tempi. Oggi invece sono accompagnati dagli Shinedown, gruppo emergente nonché loro concittadini (entrambi i gruppi sono di Jacksonville, Florida del nord).

Nello svolazzare spensierato di bandiere sudiste e di cori per i Lynyrd Skynyrd, gli Shinedown salgono sul palco consci di avere poco spazio e poco tempo per stupire l’audience prima che il richiamo della dolce casa Alabama diventi irrefrenabile. Purtroppo l’imbarazzante e frustrante gestione del PalaSharp fa sì che i quattro ragazzi di Jacksonville inizino a suonare mentre la quasi totalità del pubblico si trova ancora al di fuori, in fila al caldo, intenta a chiedersi quanto tempo ci voglia per staccare un biglietto e fare entrare i paganti. In queste condizioni marcatamente italiane gli Shinedown, band che gode di tanto successo negli States tanta quanta è la sua impopolarità in Europa, affidano l’apertura della propria manciata di minuti alla rabbiosa “Cry For Help”, seguita a ruota dalla epica “The Sound of Madness” (assolutamente  un must  per gli amanti della musica d’impatto). I ragazzi sono carichi, ma sicuramente non hanno di fronte il loro pubblico e nemmeno la propria strumentazione. Costretti a suonare in condizioni non molto degne, offrono comunque una buona prestazione. Molto in luce il bassista Eric Bass, davvero funambolico e piroettante sul palco. La band capitanata dall’eccezionale, ma nell’occasione vocalmente poco in forma, Brent Smith suona poi il suo classico “45”, primo singolo che ha portato alla band l’attenzione che merita. “Second Chance”, l’ultimo recente successo nelle radio charts, è una bellissima e autobiografica song che lascia spazio ai saluti prima della conclusiva e dirompente “Devour”, primo estratto dal terzo disco della band intitolato “Sound of Madness”, in uscita in Italia il 12 giugno. Il migliore biglietto da visita per conoscerli è l’acquisto. (RC)

Ma concentriamoci su di loro. Perché questo non è stato un concerto come un altro, bensì un evento, a causa del nome implicato e dell’enorme iato temporale intercorso dalla loro ultima apparizione nel nostro paese. Infatti, il Palasharp è strapieno (si è sfiorato il sold out), nonostante l’alto prezzo del biglietto; la gente è accorsa da tutte le parti d’Italia, per salutare questi ribelli del profondo sud degli States che più di trent’anni fa canonizzarono il southern rock. Oddio, non proprio loro: della formazione originaria è rimasto solo il chitarrista Gary Rossington. Diciamo pure che è l’unico sopravvissuto, tutti sono al corrente di quanto questa band sia stata falcidiata da incidenti, morti più o meno improvvise, dolori e amarezze di ogni tipo. Nonostante tutto, la loro caparbietà ha avuto la meglio anche su avversità che avrebbero spazzato via il 99% dei gruppi di oggi, e il tour di tributo del 1987 si è trasformato in una vera e propria rifondazione a tutto tondo. I fan non li avevano dimenticati.

Chi bolla i Lynyrd Skynyrd di oggi quale semplice cover band della formazione storica si dimostra piuttosto ingeneroso. Tecnicamente potrebbe aver ragione, tuttavia Johnny Van Zant ha sempre gestito questo nome con il massimo rispetto verso l’eredità artistica lasciata da suo fratello Ronnie, impegnandosi a non snaturar l’anima di una delle live band più grandi di tutti i tempi. Chi li ha visti questa sera non potrà che concordare.

Scenografia spartana, essenziale (solo un telone con il loro nome e sotto “God & Guns World Tour”, ossia il loro prossimo album, in uscita il 28 settembre). Uso delle luci non eccessivo, dosato. A parlare è la musica, la straordinaria miscela di rock, boogie, blues e country che loro hanno reso epica e diretta allo stesso tempo. Partenza al fulmicotone con “Workin’ For MCA”, e ti accorgi subito che le chitarre dialogano quasi meglio live che su disco (ottimo soprattutto Medlocke, un po’ più provato Rossington, ma sono inezie), così come tutto il resto. Tiro eccezionale, affiatamento perfetto, roba che molti pischelli di oggi si sognano. Ti viene anche da pensare che, se ai Lynyrd non fosse toccata in sorte la carriera tribolata che li ha resi, loro malgrado, un’icona del lato selvaggio del rock, oggi sarebbero ancora più famosi e riempirebbero luoghi molto più grossi del Palasharp, anche qui da noi. L’opener servirà a presentare una scaletta interamente basata sui grandi classici. Scelta azzeccata, nonché doverosa verso i loro fan, che aspettavano solo l’occasione di poter sentire dal vivo le note immortali di “Saturady Night Special”, “Simple Man” (dedicata da Johnny all’appena scomparso Donald Evans), “Sweet Home Alabama” e, ovviamente, del loro capolavoro, “Free Bird”, cavalcata epica intrisa di acid blues e resa magnificamente, per l’occasione, dalla Gibson di Medlocke. Forse un filo più lenta di quanto ci si aspettasse, ma non per questo meno emozionante e adrenalinica. Molte le bandiere confederate sventolate dal pubblico durante la sua esecuzione, mentre gli Skynyrd issano quella statunitense, a dimostrazione che l’amore per la propria terra non vuol dire necessariamente esser fermi ai tempi della guerra di secessione.

Suoni piuttosto impastati e una durata fin troppo esigua – solo un’ora e mezza scarsa, ci sarebbero stati bene un paio di pezzi in più – sono le uniche pecche riscontrabili in un concerto che verrà ricordato per molto tempo dai fortunati che sono riusciti a vederlo. Anche con questa formazione i Lynyrd Skynyrd rimangono un’istituzione del rock, e il loro ingresso nella Rock And Roll Hall Of Fame (2006) è stato fin troppo tardivo. (SM)

Shinedown Setlist: Intro (Foot in the Dark Meat), Cry for Help, Sound of Madness, 45, Second Chance, Devour.

Lynyrd Setlist: Workin’ For MCA – I Ain’t The One – Saturday Night Special – What’s Your Name – Simple Man – That Smell – Whiskey Rock A Roller – Medley (Down South Jukin’, The Needle And The Spoon, Double Trouble, Tuesday’s Gone) – Gimme Three Steps – Call Me The Breeze – Sweet Home Alabama – Freebird

Stefano Masnaghetti e Riccardo Canato

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