Masada Quintet – Teatro Manzoni, Milano 16 novembre 2009

 

John Zorn è tornato a Milano, per la sua visita annuale.
In realtà non è esattamente così, visto che chi ci accoglie, stasera al Manzoni, non è né lo Zorn solista e sperimentatore, né il fondatore della prolifica e radicale etichetta Tzadik,  bensì lo Zorn compositore: Masada, si sa, è sempre stato un progetto ampio, immenso, un tentativo di costruire nel corso degli anni un corpus che rispecchiasse la “nuova” musica ebraica risultando compatto almeno come la fortezza biblica dalla quale prende il nome e che nello stesso tempo fosse accessibile, “suonabile” da tutti, in quanto eredità collettiva prima che produzione personale.

Ecco che quindi Zorn sul palco non compare: Dave Douglas, ad inizio concerto, presenta i membri del gruppo e presenta anche lui, mimando un telefono ed indicando lontano, ma gli applausi più caldi vanno a Chris Potter, sostituto in extremis di Joe Lovano, sassofonista titolare della formazione, a casa con una spalla rotta che lo terrà fermo per molti mesi.
Stolas, la composizione che il quintetto, compreso del mostro sacro Uri Caine al pianoforte, ci presenta stasera, è parte di The Book Of Angels, una complicata e cerebrale esplorazione dell’ebraismo più mistico ed esoterico. In questo caso il tema è la caduta degli angeli, della quale schiera fa parte Stolas, detentore delle erbe e delle pietre curative nonché dell’astronomia. Musicalmente questo nuovo capitolo è un ponte interessante fra l’Hard-Bop ed il mondo delle suggestioni zorniane: a rappresentare questo ponte, appunto, i “non ebrei” in quanto “non Masada”: Lovano prima, e Potter poi, indicato dallo stesso autore come suo unico sostituto plausibile.

Il concerto inizia zoppicante, sembrerebbe per via del poco affiatamento fra Potter e Douglas, che dovrebbero essere le voci soliste più di spicco della serata, complice di questo un Caine stranamente ripiegato su se stesso, che di rado, in tutta la serata, uscirà davvero dal magma del lavoro in sezione ritmica per regalarci qualche assolo.
L’impressione è che l’assente Lovano, chiamato a suonare per rappresentare un elemento volutamente estraneo, fosse riuscito a ritagliarsi una nicchia così personale e caratteristica da risultare pericolosamente fuori misura per il suo sostituto, poco abituato alle altissime pretese di Zorn nei confronti dei suoi musicisti, nonostante il livello altissimo della sua prestazione.
Già al secondo pezzo, Rikbiel, l’atmosfera però cambia di netto e Potter, complice un generale abbassamento dei ritmi e della tensione, riesce ad entrare in sintonia: il dialogo con Douglas diventa fluido, anche se infinitamente lontano da quello abituale fra il trombettista e Zorn, essendo fondato sul terreno comune del Bop, piuttosto che del Klezmer. Il risultato è quanto mai singolare e nello stesso tempo bellissimo, è la fusione ultima di due culture, oltre che quanto di più orecchiabile sia mai stato concepito dal fondatore dei Masada.
Si va come dei treni, poi, dall’inizio alla fine: le parti soliste sono a tratti sconcertanti, soprattutto quelle di Douglas, trombettista-feticcio tanto eclettico quanto volutamente sbruffone e sfrontato, e di Greg Cohen, musicali quasi più dei temi stessi; la mancanza dello Zorn solista si avverte nell’assenza di grossi scossoni, il sax di Potter è un sax eccellente ma quanto mai convenzionale, e anche nella sperimentazione ci lascia orfani dei latrati, delle sbavature e dei picchi di volume che di solito sono tipici dei concerti del quintetto.
L’impressione generale è che Stolas sia la faccia più pulita del songbook Masada, quello più facile da presentare al mondo, il più integrabile: le signore ingioiellate in prima fila, spudoratamente presenti solo per non sprecare il loro abbonamento, battono il piedino e muovono la testa a tempo, entusiaste come non lo sarebbero mai state se i Masada fossero stati elettrici, o se ad essere suonato fosse stato uno dei tanti ostici capitoli precedenti a questo ultimo lavoro.

Ancora una volta John Zorn arriva in Italia, a novembre, ad insegnarci come si fa: come si fa a scrivere musica, come si fa a scegliere gli esecutori giusti, come si fa a fare avanguardia: a proposito, ma l’avanguardia, a questi livelli, l’abbiamo mai anche solo annusata noi, in Italia?

Francesca Stella Riva

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