Sonisphere Festival 2009 – Barcellona (Spain) 11 luglio 2009

 

Del Sonisphere Festival ne abbiamo già parlato in passato, e già da subito il sottoscritto aveva pianificato la partecipazione ad almeno una delle sei date in programma. La migliore, come rapporto periodo/band/costi/voli in partenza da Venezia era Barcellona. Una location affascinante a fare da cornice alla data catalana di questo tour itinerante, il parco del Forum, un’area di dimensioni mastodontiche costruita nel 2004 in occasione del Forum delle Culture dell’Unesco alla fine della Rambla, con vista sul mare. Perfetta l’organizzazione degli spazi: il palco principale dominato da uno spazio circostante enorme, un palco piccolo, che comunque garantirà un’affluenza di 15000 anime, una zona coperta dedicata ai punti ristoro e ad una piccola area relax con tavolini e sedie. Enormi difetti, però, dal punto di vista della gestione di queste aree: una combinazione di inciviltà e pochi bagni chimici infatti causerà durante la giornata resse inutili anche per un solo panino (anche se la cassa dei ticket è risultata scorrevole per tutta la giornata) e a serata inoltrata il Parco del Forum sembrerà una succursale di Calcutta, con un odore di piscio molto fastidioso.

Per Outune, a causa di una visita al vicino Park Guell durata un po’ più del previsto, il Sonisphere festival inizia con l’ultimo pezzo dei Soziedad Alkoholica, band poco conosciuta nel mondo ma molto amata in Spagna. Per fare una proporzione che ci tocca da vicino, sarebbe come vedere gli Extrema suonare di fronte a 20000 persone in delirio per GL Perotti e soci. Una cosa impensabile in Italia, ma in Spagna sembra che le band locali siano seguite a prescindere…forse è meglio così. Di fatto, la giornata inizia con i Mastodon, band che con l’ultimo “Crack the skye” ha fatto molto discutere i nerd musicofili. L’impatto dei pochi pezzi suonati a Barcellona (da citare “Oblivion” e “The czar”) confermano il fatto che questo lavoro sia troppo cervellotico e poco adatto per essere proposto alle grandi masse (e qui, salta sempre fuori il discorso del tour da headliner nei piccoli club che la band della Georgia si porta dietro dai tempi di “Leviathan”). Ci pensano comunque pezzi come “Colony of birchmen”, “The wolf is loose” e “Blood and thunder” ad accelerare un set che comunque è rimasto sempre su alti livelli di partecipazione, grazie anche al fatto che il pubblico era composto per gran parte da fedelissimi di Troy Sanders e soci. Un grosso seguito, un gran show, speriamo che questa volta i Mastodon si prendano tutto il successo che si meritano.

I Lamb of God hanno confermato anche loro tutte le aspettative che si portano addosso dopo l’uscita di “Wrath” con uno show esplosivo, di alto livello e molto tirato. I cinque di Richmond, Virginia, sono riusciti a catalizzare attorno a loro un’enorme folla grazie soprattutto al carisma di Randy Blythe. Il loro sound Pantera-style ha caratterizzato una scaletta nella quale son state proposte ben sei canzoni dall’ultimo disco e dal precedente “Sacrament”. A chiudere il concerto “Redneck” e “Black label”,  sentite da lontano perché l’attesa per il concerto dei Down era tale al punto di farci defilare dal main stage ben prima della fine dei LoG. Tra i nomi ‘minori’ (Machine Head inclusi), quello della band di Phil Anselmo è stato in proporzione il concerto più seguito di tutti, al punto che l’area del second stage si è stipata di persone già prima dell’inizio del live. E che live! Anche se frammentato da troppe gag e improvvisazioni, l’ora messa a disposizione è stata tra gli apici di questo nuovo festival: “Lifer”, “Ghosts along the Mississippi”, “New Orleans is a dying whore”, “The path”, “N.o.d.”, “Stone the  crow” sono solo alcuni dei pezzi proposti con la carica dei vecchi tempi. Phil Anselmo non in giornata di grazia dal punto di vista vocale, ma carico da quello del carisma: incita, si muove, corre, smascella e fermerà la sicurezza per far cantare ad un ragazzo, che ha vinto la calca delle prime file ed è riuscito ad arrivare nel pit, la parte finale di “Ghosts along the Mississippi”. Anche per il resto della band tante stecche ripianate però da un carisma e una carica fuori dal comune: unica cosa, Rex Brown che sta sempre diventando più l’ombra (fisica) di sé stesso e un Pepper Keenan un po’ in disparte rispetto al solito. A chiudere lo show, una riuscita “Bury me in smoke” suonata con i Mastodon. Non avranno più l’effetto sorpresa del 2006, ma i Down si confermano anche a Barcellona una di quelle band tra le più valide in circolazione: a conti fatti, i vincitori morali di questo Sonisphere.

Ammettiamolo, è impossibile non aver visto dal vivo almeno una volta i Machine Head negli ultimi due anni: questo del Sonisphere sarà il loro sesto tour in terra europea, di cui due da headliner, praticamente manca solamente la sagra del pastin di Belluno nella loro schedule. Ma la curiosità di vederli, soprattutto dopo il casino riguardante il loro recente abbandono della data di Knebworth, è forte. Diciamolo subito: la band di Rob Flynn, pur essendo in pallissima e tirata, l’abbiamo preferita di gran lunga nel tour da headliner di giugno 2007 e, soprattutto, nella data milanese dello scorso novembre di spalla agli Slipknot. Il dubbio che i quattro di Oakland siano in giro più per il Dio Denaro che per la necessità di suonare ai propri fan è forte, ma finché si parla dei mestieranti più bravi della scena metal moderna, si può anche chiudere un occhio. Come per Phil Anselmo, anche Rob Flynn non era nella sua giornata migliore: un inizio quasi imbarazzante con “Imperium”, per poi ingranare già dal secondo pezzo per uno show comunque inferiore ai suoi standard. Il resto della band, invece, si stabilizza sui soliti livelli stellari (da apprezzare un Phil Demmel in forma strepitosa con una chitarra simile a quella di Randy Rhoads), ma con suoni non all’altezza. Una scaletta “mista”, non focalizzata sul solo ultimo disco, nella quale trovano parte pezzi come “Old” e “Ten ton hammer”. A chiudere il tutto “Davidian” che si conferma a distanza di anni come uno dei pezzi heavy più riusciti degli anni Novanta. Dispiace per la mancanza cronica di brani da “The burning red”, ma pare che i Machine Head abbiano rimosso ogni ricordo relativo a questo Lp.

Gli Slipknot sono quanto di meglio può offrire il metallo nel 2009 a livello di spettacolo: coreografie, lucida follia sul palco, brani che alternano rabbia e melodia, IL frontman della nuova generazione (Corey Taylor) sono alcune delle caratteristiche dello show che gli otto (sì, per la data di Barcellona Chris “Pinocchio” Fehn è stato costretto ad abbandonare i soci per un lutto familiare) dello Iowa stanno portando in giro per il mondo. Non più gli eccessi dei primi tour, non più un Corey Taylor svociato dopo due pezzi: uno show più freddo e “di mestiere”, ma fottutamente efficace e di valore. Aggiungeteci dei suoni perfetti e avete di fronte quello che, a livello di spettacolo visivo, è stato l’apice del Sonisphere catalano. Peccato per la scaletta un po’ così così: il trittico iniziale, pescato dal disco omonimo, aveva fatto ben sperare su una scaletta particolare, tenendo conto che questa data era l’ultima della seconda leg europea (già si parla di una terza). Leggete questa frase come un “di Psychosocial e Duality ne facciamo anche a meno, tranquilli”. Da apprezzare il fatto che la band, ma principalmente Corey Taylor, stia riarrangiando i pezzi vecchi seguendo lo stile dell’ultima parte di carriera, più melodica e “easy”. Cosa che sicuramente farà discutere i più ma che, personalmente, apprezzo. Nel 2009 gli Slipknot stanno raccogliendo quanto hanno seminato con il sudore, la dedizione alla causa e l’impegno negli scorsi dieci anni: la posizione di primo piano nella scena se la meritano tutta, e questo tour estivo ha dimostrato ancora una volta i buoni propositi di quell’”All hope is gone” che li ha consacrati da eterna promessa a nome di primo livello.

Arrivano i Metallica a mezzanotte (imparate comuni italiani, imparate!): e delirio fu! Sono bastate le note di “The ecstasy of gold” per mandare in panico i presenti, e le note di “Fight fire with fire” hanno aggravato una situazione che era già oltre il limite dei livelli di guardia. Aggiungete il fatto di una scaletta che avrà come unica parte “tranquilla” “All nightmare long” e “The day that never comes” e avete di fronte quello che è probabilmente la migliore data di questa parte estiva del tour europeo dei ragazzi. Già con le prime cinque canzoni i Four Horsemen hanno voluto mettere le cose in chiaro, con alcune chicche (“No remorse”, “Of wolf and man” e “Phantom lord”) proposte non molto spesso. Palco un po’ spartano, grosso modo la struttura è la stessa che si portano dietro dal 2003 per i concerti all’aperto, ma con dei giochi pirotecnici di alto livello: le fiamme e gli esplosivi sincronizzati sul palco durante “One” e i fuochi d’artificio su “Enter sandman” hanno innalzato di gran lunga l’effetto visivo di uno show che comunque sarebbe rimasto in piedi anche con la sola musica. E questo grazie a quel James Hetfield che, anche reduce da un infortunio alla schiena il giorno precedente, è riuscito a tenere in pugno un pubblico caldo come quello spagnolo: corre, canta, suona sbagliando molto raramente. Non stupisce la forma strepitosa di Rob Trujillo, che ormai è diventato un membro della famiglia, ma la sorpresa negativa è lo stato di forma di Lars Ulrich e Kirk Hammett, il vero freno di quella che, altrimenti, sarebbe la più grande live band dell’heavy metal di sempre: anche se il chitarrista riccioluto azzeccherà alla perfezione l’assolo di “One”, sono troppe le imperfezioni (la parte iniziale di “Fade to black” in primis) e le estreme semplificazioni messe troppo spesso nei brani di questa coppia. Queste comunque restano delle seppur grosse imperfezioni in quello che di fatto è stato lo show migliore di questa giornata, che ha portato al Parco del Forum un’affluenza enorme: a detta di molti quotidiani spagnoli online 70000 persone. Dei numeri che, molto probabilmente, renderanno questa data la più frequentata di tutto il tour, che verrà superata quasi certamente solo dalla due giorni conclusiva di Knebworth.

Con “Seek and destroy” cala il sipario sulla terza data del Sonisphere festival: al giro di boa di questa prima edizione, possiamo parlare di un evento di primo livello, che però ha dimostrato il fatto che il risultato finale dipende troppo dallo stato nel quale viene organizzato. Ottime le premesse di questa data catalana, soddisfatte a pieni voti quelle musicali, ma deludenti dal punto di vista di catering e gestione degli spazi.  A oggi tuttavia, non osiamo pensare come verrebbe gestito un concerto di queste dimensioni in Italia…

Scaletta Metallica: Fight Fire With Fire, Creeping Death, No Remorse, Of Wolf And Man, Fade To Black, Broken, Beat And Scarred, My Apocalypse, Sad But True, One, All Nightmare Long, The Day That Never Comes, Master Of Puppets, Blackened, Nothing Else Matters, Enter Sandman, Stone Cold Crazy (Queen cover), Phantom Lord, Seek & Destroy

Scaletta Slipknot: Iowa (Intro), 742617000027, (sic), Eyeless, Wait and Bleed, Before I Forget, Sulfur, The Blister Exists, Dead Memories, Disasterpiece, Psychosocial, Duality, People = Shit, Surfacing, Spit It Out, ‘Til We Die (Outro)

Nicola Lucchetta

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