MiOdi – Circolo Magnolia, Milano 10 giugno 2009

Successo su tutti i fronti per la prima edizione del MiOdi festival, che nella cornice del circolo Magnolia di Milano ha visto la presenza di ben 16 band, alternatesi fra tre plachi dal tardo pomeriggio sino a notte inoltrata. Nonostante la grande varietà di eventi da coordinare, l’organizzazione è stata ottima, cosa piuttosto rara in Italia.

Cosa ancor più rilevante, l’afflusso del pubblico è stato enorme, considerando luogo e genere di musica proposto; a dimostrazione del fatto che anche da noi, quando le cose vengono preparate in modo serio e professionale, si possono avere riscontri positivi anche per eventi di nicchia come questo. Sicuramente è contata anche la scelta di far pagare l’ingresso solo 5 euro fino alle ore 20:00 (ma anche dopo il prezzo è rimasto contenuto, 10 euro per un festival del genere è più che onesto). In ogni caso, visto il risultato, è quasi scontata la realizzazione di una seconda edizione per l’anno prossimo.

Oltre agli artisti, tutti di spessore e dalle proposte musicali, se non immediatamente fruibili, sempre interessanti e particolari, il Magnolia ha dato largo spazio anche a banchetti dalle mercanzie fra le più disparate. Non solo i consueti stand di etichette discografiche e distribuzioni indipendenti, ma anche esposizioni più inusuali come quelle di libri (ovviamente, sempre ruotanti attorno al mondo della musica) e, soprattutto, quelle attinenti a strumenti musicali propriamente detti (chitarre, bassi, ecc.) e loro indispensabili corollari (amplificatori, pedaliere, circuit bending ed effetti vari). Tutto ciò ha fatto la gioia dei molti che, oltre ad ascoltare musica, contribuiscono attivamente a crearla. Ottima scelta.

Torniamo però ad occuparci del piatto forte della manifestazione, ossia i gruppi che si sono esibiti. Ovviamente il sottoscritto, per evidenti limiti fisici, non ha potuto seguire tutti gli show proposti in questa ricchissima serata. Ed alcuni li ha visti troppo superficialimente per poterne parlare con cognizione di causa. Mi scuso soprattutto con i fan di un complesso storico come quello dei Cripple Bastard, da me bucato completamente, ma i tempi erano troppo stretti per poterli vedere in modo serio. Mi limiterò, quindi, a fornire impressioni sugli act che più mi hanno colpito, sia in positivo sia in negativo. Positiva sicuramente la prova degli Stoner Kebab, tra i primi a calcare il placo. Psichedelia pesante, accenti sludge, muro di suono imponente, improvvisazione, effetti sonori bizzarri e una buona tenuta del palco consentono alla band di scaldare il pubblico e di confermarsi ottimi anche dal vivo, oltre che su disco. Una realtà nostrana in continua crescita. Non così convincenti, invece, gli Zippo, quintetto di stoner rock lineare e diretto che, pur avendo dalla loro una buona intesa e un’ottima tecnica, non brilla per particolare originalità e finisce per offrire uno spettacolo piuttosto legnoso e non particolarmente incisivo (complice, va detto, anche il suono, troppo freddo e secco per il genere di musica proposto). Probabilmente non erano nella loro miglior serata, in ogni caso sono da risentire, perché su disco risultano molto più convincenti.

Va molto meglio con i successivi Morkobot, ensemble italiano d’eccezione che, con solo due bassi e una batteria, riesce a creare musica sfuggente, contemporaneamente astratta e concreta, francamente inclassificabile e semplicemente unica: nel continuo susseguirsi di influenze diverse (doom, psichedelia intrisa di kraut – rock, lacerazioni math – core, stasi ai confini del silenzio e brusche ripartenze) la band organizza onde sonore in forma di rapsodia post moderna, che, nonostante la difficoltà concettuale, riesce ad essere coinvolgente e comunicativa. Addirittura più dal vivo che su disco. Un progetto ormai indispensabile per la scena italiana. Indispensabili lo sono anche gli OvO, anche se la loro sonorizzazione del “Nosferatu” di Murnau non è stata delle più riuscite. Troppi vuoti, riempiti soltanto da bassissime frequenze dronate (e questo, evidentemente, non è il loro campo), troppi fuori sincrono, forse troppa ambizione: tutti elementi che hanno impedito al loro spettacolo di decollare. La loro bravura non si discute, ma preferiamo il duo alle prese con il noise squilibrato e cinico che l’ha reso famoso.

E’ scontato dirlo, ma i vincitori del MiOdi sono comunque stati gli Zu. Vincitori non in senso agonistico, ché si farebbe torto agli altri grandi artisti esibitisi. Semplicemente il trio romano si conferma quello più internazionale, in grado di poter competere con i grossi nomi esteri per quanto riguarda la sperimentazione musicale. Sul palco principale del Magnolia la loro esibizione è compatta e furibonda, a causa anche della scelta di proporre quasi tutti i brani di “Carboniferous”, il loro disco più metallico e crudele. Il sassofono baritono di Luca era leggermente meno amplificato rispetto agli altri strumenti, ma quello che contava era lo spaventoso muro di suono che solo tre persone riuscivano a produrre. Contorsioni free jazz, durezze noise, riff metal adattati all’organico eterodosso (è il sax a far le veci della chitarra solista), batteria lanciata oltre il muro del suono e basso ficcante: sono questi gli ingredienti che permettono agli Zu di evocare Cthulhu su “Chthonian” e di stendere tutti sul finale con una versione infuocata e terribilmente arrabbiata di “Ostia”. I sample di latrati di cani sottolineano semplicemente il carattere meravigliosamente selvaggio della loro musica. Uno dei migliori gruppi italiani in attività chiude una manifestazione riuscita sotto tutti i punti di vista.

Stefano Masnaghetti

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