Mogwai – Rolling Stone, Milano 10 febbraio 2009

 

E’ bello essere contraddetti. Il Rolling Stone sta per chiudere. Un locale storico di Milano. Che ha visto sul suo palco tanti artisti e gruppi. Certo poi nessuno dice che l’acustica è quella dei peggiori bar di Caracas. Pessima. E pessimi volumi. Sempre. Beh se siete abituati a sentire le canzoncine a volume basso o sapete accontentarvi farete spallucce.

Per suonare a Milano i Mogwai ormai devono passare da questo locale medio grande. Penso al peggio subito. Se gli scozzesi pensano di fare un concerto come ai bei tempi con volumi da star male (ricordo al Rainbow nel 2001 che il suono colpiva allo stomaco pure dal fondo del locale) qualcuno vicino a me tossirà, e andrà tranquillamente sopra alle tre chitarre erette a muro di suono. Se gli scozzesi pensano ad un concerto più raccolto come per il tour di “Happy songs for happy people” sentirò una suite di Stockausen di respiri di tutti gli astanti.

Con l’ultimo disco nelle orecchie mi è tornata voglia di rivederli per la quarta volta. E il rischio è stato ripagato.
All’uscita dal concerto ho creduto che la loro data fosse stata fissata appositamente per abbattere il locale invece di lasciare la demolizione ad automezzi adatti. E ho visto anche un sacco di gente ben pettinata dopo la mole di volumi che si era appena consumata. E ho pensato che i Mogwai non saranno anche quest’anno al Gods of Metal  non perché non rappresentino propriamente il genere (i Guns sì invece ahahah) ma perché gli organizzatori hanno paura che poi i vari nonnetti del metal ne escano con vari complessi di inferiorità.

A sto giro i Mogwai usano alla perfezione carezze e strizzate al cuore, gli parlano soffusamente nell’orecchio poi lo ribaltano e lo portato su su come sospinto da un geiser in eruzione. Il post rock, direte voi. Ma non l’esercizio di stile. Penso proprio all’emozionalità del genere. Di cui loro sono davvero i portabandiera mondiali.
E stavolta i volumi abbattono un pubblico numerosissimo, immobile come loro sul palco. Uno scambio di effluvi sonori tra due paralitici muti. Inermi.

Tre pezzi dell’ultimo disco compresa la chiusura “ignoranza-metalla” di Batcat con la gente che ulula. “I’m Jim Morrison, I’m dead” che apre le danze. C’è spazio per un buon gruzzolo da “Rock Action” ma anche manciate di vecchi pezzi  dai primi dischi (“Mogwai fear Satan” e “Like Herod” per dire). A parte una sezione centrale un po’ noiosetta, si è sentito tanto piano-tastiera e pure le voci effettate venute a galla sul terz’ultimo disco e abbandonate nell’ultimo.
Sono noioso ma tendo a ri sottolineare il muro di suono plumbeo e onirico che si è abbattuto dentro al locale facendolo quasi venir giù. Era quello che volevo sentire dopotutto.

Luca Freddi

Condividi.