Monster Magnet – Alcatraz, Milano 23 novembre 2008

 

Probabilmente una decina di anni fa, quando l’hype mediatico attorno ai Monster Magnet era alto e i loro  video passavano in heavy rotation su MTV, un loro concerto sarebbe stato accolto meno freddamente. In  quest’occasione, invece, si narra di soli 150 biglietti acquistati in prevendita, più un’altra cinquantina  venduti direttamente alle casse dell’Alcatraz. Insomma, una miseria: ancora una volta risulta avvilente  constatare la mancanza di memoria storica di gran parte del pubblico italiano, anche quando sono chiamati  in causa nomi di un certo spessore (se oggi si parla ancora di stoner e rock psichedelico, una parte del  merito va sicuramente ascritta anche alla band del New Jersey).

Conclusa la nota polemica, possiamo iniziare a parlare della serata, iniziando dai gruppi di supporto. Il  compito di aprire lo show spetta ai Pilgrim Fathers, particolare ensemble inglese che fa dell’eterogeneità  stilistica il suo punto di forza: echi space rock, tastiere liquide, strutture dilatate a metà strada fra  Neurosis e Kyuss, buona tenuta del palco. Peccato che ad apprezzare la loro musica non ci sia quasi  nessuno, e che i suoni non siano il massimo (la batteria è troppo alta e finisce spesso per soffocare gli  altri strumenti): per fortuna miglioreranno nel prosieguo della serata. In ogni caso, band interessante e  creativa.

Con i Nebula, veterani della scena stoner propriamente detta, le atmosfere cambiano e si fanno più lineari  e dirette. Ammetto che da un gruppo in giro da più di dieci anni, e che può vantare la presenza nelle sue  fila di ex membri di Fu Manchu e Karma To Burn, mi sarei aspettato qualcosa di più. Invece il trio non  sembra del tutto a suo agio, e si limita a svolgere il proprio compitino in maniera piuttosto scolastica e  anonima: manca un po’ di passione, e soprattutto mancano le torride atmosfere di blues desertico presenti  nei loro migliori dischi, periodo Relapse / Sub Pop. Peccato ma, evidentemente, la recente crisi creativa  che stanno vivendo in studio si ripercuote anche sulle assi del palco.

Quando entrano in scena i Monster Magnet l’Alcatraz è ancora semivuoto, ma per lo meno, grazie a qualche  sparuto gruppo di persone entrato nel locale mentre suonavano i Nebula, il senso di tristezza nel vedere  una piazza d’armi deserta si attenua. Poi ci pensano loro a scaldare gli animi. Certo, non tutto è  perfetto, e vedere Dave Wyndorf decisamente pingue (per usare un eufemismo) e vestito come un ragazzotto  qualsiasi (jeans e felpa extra large) lascia piuttosto interdetti. Però se si pensa che poco più di due  anni fa il Nostro abbia rischiato la vita a causa di un’overdose, c’è solo da esser contenti nel vederlo  ancora vivo e vegeto, e per una volta chi se ne frega dello stile. Soprattutto, quello che impressiona  maggiormente è la ritrovata vena vocale: anche a fine concerto non si segnalano cedimenti sotto questo  aspetto, segno che la riabilitazione è stata efficace, nonostante i visibili effetti collaterali. Oltre a  Dave, anche il resto della band è bello carico, e mentre sullo schermo alle loro spalle vengono proiettate  scene e personaggi dei fumetti Marvel, da sempre una grandissima passione del cantante, il concerto  procede spedito e coinvolgente. La scaletta propone una sorta di “greatest hits”, piuttosto bilanciata tra  brani storici ed altri più recenti: anche se viene del tutto tralasciato l’ultimo “4 Way Diablo”, si nota  comunque la propensione ad accantonare in parte le digressioni più lisergiche e spaziali, a favore di un  hard rock solido e compatto, tant’è vero che la cover degli Hawkwind, “Brainstorm”, spesso presente nelle  loro setlist, non verrà suonata, unica pecca di un certo rilievo nella scelta dei pezzi proposti. I  Monster Magnet tengono comunque fede alla loro fama, e nonostante lo scarso pubblico non si risparmiano:  Ed Mundell macina riff in disparte, mentre Baglino e il secondo chitarrista (ci sarebbe da contare anche  Dave, ma la sua sei corde serve quasi esclusivamente da orpello scenico) si dimostrano più spigliati. Gran  finale con la classicissima “Spine Of God”, e in questo caso le dilatazioni psichedeliche ci sono eccome.  Ultima nota personale: riuscire per la prima volta a gustare dal vivo un gruppo con il quale sei  cresciuto, e che per giunta trovi inaspettatamente in forma, rimane un’emozione indimenticabile,  nonostante sia ormai dimenticato dai più.

Setlist: Dopes To Infinity – Crop Circle – Powertrip – Twin Earth – Third Eye Landslide – Zodiac Lung –  Radiation Day – The Right Stuff – Negasonic Teenage Warhead – Space Lord – Melt – Cage Around The Sun –  Tractor – Spine Of God

Stefano Masnaghetti

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