My Bloody Valentine Bologna 27 maggio 2013

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My Bloody Valentine all’Estragon di Bologna vuol dire rumore e melodia. Anzi, rumore vuol dire melodia, perché dal muro di suono prodotto dai quattro irlandesi escono a tratti armonie delicate, quasi ipnotiche, che inducono ben presto in pubblico in uno stato di beata trance, malgrado il massimo volume. Ci saranno duemila persone, nel capannone zeppo, ad ascoltare la musica di questa band culto capace di influenzare gente come Cure, Nine Inch Nails e Smashing Pumpkins. Tre dischi in trent’anni e l’ultimo “MBV”, uscito a ventidue di distanza dal capolavoro indiscusso “Loveless”, viene presentato quasi per intero.

MBV conquistano subito un popolo di appassionati, età media non bassisissima (peccato), tra i quali anche parecchi capelli bianchi, con la loro forma di psichedelia noise a base di chitarre lancinanti e tubolari, barriere soniche che si alzano progressivamente e una sezione ritmica pulsante e furibonda (la batteria di Colm O’ Ciosoig, il basso di Debbie Googe) che invita ad ondeggiare e a danzare, nonostante l’esposizione in termini di decibel sia quella di un martello pneumatico. Il concerto, ripercorre i capitoli di un’esistenza tormentata, guidato dalle due voci, una  angelica (Bilinda Butcher) e l’altra straniante (Kevin Shields). Sono hippies del terzo millennio, fedeli ad una concezione della musica come arte e performance. Un po’ Velvet Underground, un po’ Cocteau Twins, ma con una personalità capace di lasciare il segno. Non suonano più come se si guardassero le scarpe, ma a testa alta e comunque non concedono nulla al pubblico, se non la qualità del loro set. Che cavalca tre  decenni di musica importante, corrosiva, decisiva. Alla fine, la band si produce in un’evocazione del Dio del Rumore con tre minuti di pura siderurgia, scagliata sul pubblico come una barriera sonica con una nonchalance impressionante, fragore di batteria ed effetto quasi sismico sull’audience. Ovazioni al termine. Poi, per fortuna, non ci sarà il solito bis del piffero. Chapeau ad un gruppo che sa come concludere un concerto, rifuggendo dai soliti riti risaputi.Usciamo dal tritacarne sonoro nella notte, consapevoli di aver assistito ad uno show di vera arte  contemporanea.

Paolo Redaelli


I My Bloody Valentine sono un pilastro dello shoegaze, o per meglio dire sono coloro che lo shoegaze l’hanno inventato. Il loro secondo disco, Loveless, è da molti ritenuto un caposaldo del rock anni ’90, una pietra miliare che ha, a suo modo, segnato la storia. Mi avvio verso l’Estragon di Bologna in una serata ben poco primaverile, arrivando (probabilmente per la prima volta in vita mia) in orario. Alle 22 precise, Kevin Shields e compagni salgono sul palco e, con una placidità difficile da descrivere, attaccano a suonare. Avevo letto che i concerti dei MBV sono noti per il devastante livello di decibel a cui suonano, beh…è tutto vero. L’onda sonora che ci investe al primo pezzo è veramente notevole e ben accolta dal pubblico, sebbene si levino un po’ di proteste perché i volumi sono assolutamente sbagliati e non si sentono le voci di Kevin e Bilinda per le prime 7/8 canzoni.

Non esiste interazione col pubblico, né durante né dopo un pezzo, le immagini che scorrono alle spalle della band durante le canzoni sono psichedeliche e avvolgenti e, soprattutto, la loro musica ti lascia rapito, quasi intontito da un incantesimo lanciato da chitarre distorte e bassi potenti. Shields e soci suonano per più di un’ora e mezzo, spaziando all’interno del repertorio dei loro tre dischi ed EP, ed è un vero peccato che i volumi siano mixati così male perché viene a mancare una parte notevole dello spettacolo, probabilmente determinante perché il risultato sia completo. Specialmente quando i Nostri si lanciano in un quarto d’ora di noise allo stato puro, con 3 chitarre distorte ed effettatissime, un basso veramente potente e la batteria a comporre un muro sonoro di rara intensità (non è un caso che molte delle persone accanto a me si tappassero le orecchie). Una quantità di “suono” incredibile, condensata e sparata fuori con una potenza ed allo stesso tempo calma che non avevo mai visto. Una serata particolare insomma, che poteva essere senza dubbio migliore a causa dei problemi con i volumi, ma che si è rivelata comunque fortemente coinvolgente ed unica nel suo genere.

Marco Bassano


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