Opeth & guests – Alcatraz, Milano 4 dicembre 2008

 

Una serata che si preannunciava indimenticabile per gli amanti delle sonorità (death) metal più contaminate: dal post/sludge dei tedeschi The ocean, al progressive/jazz di Cynic e Opeth. Purtroppo in molti non sono riusciti a vedere i primi due act a causa dell’inizio dei concerti largamente anticipato rispetto all’orario previsto, e quindi dubitiamo che abbiano modo di ricordarsene. Noi arriviamo convinti di essere più che puntuali con mezz’ora di anticipo e con grande disappunto scopriamo che il combo germanico è già sul palco.

The Ocean
Contiamo 5 elementi ad esibirsi ma in realtà i The ocean collective comprendono in studio circa 40 musicisti, che per ovvi motivi non possono essere tutti in tour. Facciamo in tempo a sentire solo l’ultimo pezzo, The city in the sea tratto da Aeolian, e parte del penultimo, Ectasian, dall’ultima fatica Precambrian: un doppio album composto da un mini-cd molto aggressivo e un cd più vario e d’atmosfera, un concept su un’era geologica, che non teme di mixare diversi generi, ottenendo come risultato un’opera riuscita e decisamente interessante. E’ stato un piacere scoprire che anche dal vivo il gruppo riesce a replicare ottimamente quanto fatto su disco, suonando con grinta e precisione, e con una sezione ritmica molto precisa. Non è certamente compito facile considerato il tipo di musica proposta e l’unico punto debole è stato a nostro avviso il cantante sulle parti in pulito, mentre su quelle in growl nulla da rimarcare. Speriamo di rivederli presto in azione.

Cynic
Dopo un velocissimo cambio di strumenti di 15 minuti e un soundcheck durato circa 30 secondi attacca subito il gruppo di Paul Masvidal, che per la prima volta puà contare su un repertorio di due album e con un tempo a disposizione ridotto per l’esibizione ci propone una setlist incentrata sull’ultimo, bellisimo album Traced In Air da cui vengono suonate Nunc fluens, The space for this, Evolutionary sleeper, King of those who know, Adam’s murmur e Integral birth (a cui è affidata la chiusura) più 3 brani dal capolavoro Focus (The veil of maya, Celestial voyage e How could I). Risulta difficile trovare delle pecche nella performance di questi musicisti, che eseguono alla perfezione i complessissimi pezzi e si dimostrano come sempre molto disponibili coi fan all’uscita. Reinert si conferma (se ce n’era bisogno) un batterista mostruoso, Masvidal e Kruidenier si dividono i compiti alla chitarra e alla voce (clean vocals il primo, growl il secondo) senza sbavature e il session-man Zielhorst replica egregiamente le intricate linee di basso di Sean Malone. Spettacolo assicurato, anche se sicuramente non per tutti i palati.

Opeth
Dopo una pausa più lunga è venuto il momento degli headliner, all’ennesima data in territorio italiano. Come sempre lo show è caratterizzato da una scaletta con pochi pezzi dalla durata media abbastanza elevata e da intermezzi comici del fontman Akerfeldt che ama fare il buffone e scherzare col pubblico. Questa volta le gag sono state di tipo sessuale (“You can’t tease us, at this point of the tour we’re very horny, I could sing instead of thoughtful lyrics only pussy pussy pussy bwaaargh pussy!”), sull’orgine dei brani (scopriamo che Deliverance non è stata isporata da Eros Ramassotti, ma da… Totti e Rocco Siffredi), sui suoi baffi e sui membri della band, chi poteva immaginare che il tastierista è stato un bambino prodigio e ha composto la sua prima sinfonia di 45 minuti a soli due mesi di vita, utilizzando non meno di 35 strumenti differenti? Ma veniamo alla musica.

L’apertura è affidata a Heir apparent dal recente Watershed, c’è un piccolo incidente di percorso quando Wiberg comincia a suonare con la tastiera apparentemente… spenta, e si continua subito dopo con The Grand Conjuration da Ghost Reveries. La band appare piuttosto carica, Wiberg è come sempre scatenato e nonostante sia “incastrato” tra le sue due tastiere disposte a V è quello più divertente da guardare con i lunghissimi capelli che volano dovunque; ma la band ha guadagnato in dinamismo (perdendoci in classe) anche grazie a Akesson che sul palco è sicuramente più mobile dell’ex Lindgren. Axenrot alla batteria è veloce e preciso (ma del resto dal vivo era già molto “rodato”) e Mendez dal vivo è un ottimo bassista, esegue con perizia linee tutt’altro che semplici, cosa che su disco non sempre viene esaltata. Dopo una piccola pausa si continua con una chicca da Still life, Godhead’s lament, per poi proseguire con un altro estratto dall’ultimo album, The lotus eater, che inizia con un furioso blastbeat e cantato pulito, e presenta una parte centrale quasi funky guidata dalle tastiere, che a dire il vero sono state penalizzate tutta la sera da un volume un po’ troppo basso.

Abbiamo passato metà del concerto ed arriva il momento di un pezzo tratto dall’atipico Damnation, Hope leaves, che si conlude con un assolo alternativo di Akesson (forse non ispiratissimo), seguita da una devastante Deliverance, uno dei pezzi più belli mai scritti da Mikael e soci: 14 minuti di prog death psichedelico, partendo dall’intro che sembra richiamare YYZ per terminare con una fantasiosa sezione ritmica che porta il marchio di fabbrica del dipartito batterista Lopez. Ma non c’è riposo per le nostre orecchie perchè il frontman annuncia subito dopo quello che secondo lui è il pezzo iconico della band (“this is our Paranoid, our Seek and destroy, our… uh…. Iron Maiden!), Demon of the fall, dall’album My arms, your hearse. L’encore è affidato a uno dei brani più famosi del gruppo, The drapery falls (da Blackwater park), dopo la quale i nostri ci salutano e lasciano il palco, ma anche un pubblico soddisfatto per un’ottima performance nonostante la scaletta potesse risultare criticabile, soprattutto per la grave mancanza di canzoni dai primi due album molto amati dai fan (e da chi scrive).

In definitiva la data si è confermata ottima e memorabile dal punto di visto qualitativo delle band coinvolte ma è stata fin troppo penalizzata da suoni non esattamente all’altezza (in particolare il basso durante Opeth e Cync era spesso troppo confuso, e le già citate tastiere poco udibili).

Grazie a Cristiano Dieci

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