Pearl Jam a Milano, report e foto del concerto di San Siro

Facilmente tutti i 60.000 presenti allo stadio San Siro di Milano il 20 giugno 2014 si sono resi conto di quello che è accaduto. Nessuno oggi dovrebbe lamentarsi dell’acustica dello stadio, nè tanto meno rammaricarsi per l’impossibilità di Eddie Vedder di correre e dimenarsi come un tempo, perchè nella dimora italiana del Boss da ieri sera si sono aggiunti dei nuovi inquilini. In poche parole, da oggi in avanti questo concerto dei Pearl Jam verrà citato tra i migliori momenti della storia della musica dal vivo in Italia. “Eh ma che ne sai tu, io ero a San Siro per i Pearl Jam nel 2014, bei tempi quelli”.

Il primo potenziale momento amarcord del futuro arriva già nel pomeriggio, poco prima dell’inizio della partita Italia – Costa Rica. Vedder a sorpresa spunta sul palco indossando una maglietta dell’Italia con il numero 10 – ma non quella di Cassano, dato che dai megaschermi è ben leggibile il nome “Eddie” sul retro – per cantare in acustico “Porch”. Una formidabile e improvvisata sostituta dell’Inno di Mameli che fa già pensare che la partita sarà solo un modo per passare il tempo, perchè è maledettamente difficile aspettare dopo quel primo assaggio. E allora sorvolando su quello che è accaduto prima dell’attacco di “Release” bisogna ora provare a spiegare con il limitatissimo linguaggio verbale cos’è stato questo concerto. Innanzitutto i Pearl Jam hanno probabilmente assemblato la scaletta dalla vita. Voglio dire, qualche esclusione ci dev’essere sempre, per forza, ma quanto ci è andata di lusso? Una delle tante cose che li rende dei totem della musica dal vivo è la loro meravigliosa tendenza a stravolgere le setlist da una tappa all’altra, rendendo ogni show unico e irripetibile. “Facile”, direte voi, quando hai una carriera ultraventennale cosparsa di brani entrati nella storia del rock. “Facile un cazzo”, rispondo irriverente io, quando suoni 35 pezzi e la sera dopo ne cambi 25, eseguendoli come fossero tutti cavalli di battaglia.

Perciò tutto imprevedibile, e si comincia con un set di quattro ballate da pelle d’oca: “Release”, “Nothingman”, “Sirens” e “Black”. Ed è proprio sul quarto brano che la folla inizia davvero a esplodere, colpita alla giugulare dall’arrivo prematuro di uno di quei pezzi per i quali solitamente si è costretti a sospirare un bel po’ prima di riconoscerne le prime note a scaletta inoltrata. E invece a Milano arriva subito e la risposta è tumultuosa. Allora chi si lamentava, giustamente, del fulmineo sold out dicendo “non ci credo che più di 60.000 persone hanno voluto prendere il biglietto all’apertura delle vendite”, ha avuto la sua risposta? Dopo l’avvio emozionate ma poco energico i Pearl Jam cambiano marcia e comincia la carrellata rock di cui entrambe le generazioni presenti hanno bisogno. Si decolla con “Go” e “Do The Evolution”, mentre i due brani più veloci dell’ultimo disco, “Mind Your Manners” e “Lightining Bolt” si riscattano dal vivo dando il via a diversi sismi nel prato di San Siro. Ma il pubblico non è il solo a sentirsi travolto ed emozionato. Eddie Vedder è visibilmente toccato, tanto da farci scappare l’occhio lucido in diverse occasioni, come quando ci chiede di seguirli a Seattle o quando ci racconta di come ha conosciuto la sua adorata moglie (tra l’altro: bel colpo, vecchio lupo!) proprio nel nostro Paese. O ancora quando ci racconta, in un tentennante italiano, degli incubi che lo tengono sveglio la notte e di come il presente su quel palco sembri invece un sogno. Quindi bisogna perdonarlo se su “Given To Fly” sbaglia due volte attacco, dandosi oltretutto dello “stronzo” nella nostra lingua. Colpa dell’emozione, e forse anche del vino rosso che l’ha accompagnato dall’inizio del concerto.

La seconda metà del serata si stacca dal piano della realtà, con Mike McCready e Stone Gossard che con le loro chitarre sembrano in grado di influenzare il clima, mentre Matt Cameron alla batteria spreme ogni goccia d’energia e Jeff Ament si conferma il collante che rende ogni brano melodicamente perfetto. Proprio in questa sezione dello show si percepisce la vera essenza di una delle tre vie del grunge, quella strettamente più orientata al classic rock, di cui la band di Seattle è la matrice. Ma tutta l’empatia tra pubblico e frontman si concretizza in “Just Breathe”, vero catalizzatore di tutta la carica emotiva accumulata in ventiquattro anni di amore e musica tra il gruppo e il suo pubblico, celebrato nel miglior modo possibile.


C’è ancora tempo per quasi un’altra ora di musica, che include le punte di diamante “Jeremy”, “Better Man” e “Alive”, fino all’incontenibile cover di Neil Young “Rockin’ In The Free World”, a cui risponde un gigantesco scriscione del secondo anello che recita “we keep on rockin’ in the free world with you”, e la conclusiva “Yellow Ledbetter”. Eddie è costretto a picchiettare su un immaginario orologio da polso per farci capire che fosse per lui si potrebbe andare avanti tutta la notte, ma non gli è concesso altro tempo sul palco. Come se tre ore di concerto non gli sembrassero sufficienti, come se 35 canzoni non fossero abbastanza, come se dovesse giustificarsi. Come se non si fosse appena concluso uno dei concerti più memorabili della nostra (e della loro) storia.

Foto di Rodolfo Sassano.

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