Pixies Milano Alcatraz 4 novembre 2013

pixies-concerto-milano-4-novembre-2013

I Pixies si sono esibiti in concerto il 4 novembre all’Alcatraz di Milano per l’unica data italiana del loro tour. Un sold out annunciato che arriva a tre anni di distanza da quello di Ferrara, ma mentre nel 2010 il presupposto era “vado a sentire i Pixies, ché voglio vedere se sono ancora quelli della svolta”, questa volta il pensiero collettivo si è rivolto al cambio in lineup da presentare ai fan inquisitori. Dentro Kim Shattuck, fuori Kim Deal.

Da chiarire subito: “l’altra Kim” non è l’ultima arrivata. Anche chi non la conosceva si sarà informato sul suo passato e la sua militanza in band come The Muffs e The Pandoras. Era dunque difficile che qualcuno avesse dubbi sulle sue doti artistiche. L’unica lecita preoccupazione poteva riguardare l’empatia e la chimica con i fan, ma a giudicare dalla risposta manifestata nel locale milanese anche il pubblico italiano conferma che la Shattuck non fa rimpiangere nessuno.

Sin dalla notevole coda in Via Valtellina si respira aria di evento cult. La cultura musicale media del pubblico si misura anche dalle magliette che si offrono al colpo d’occhio. Da David Byrne ai Radiohead, passando per i The Cure. Non si finisce ad un concerto dei Pixies per caso, su questo non si discute. È discutibile invece la diffusa scelta di indossare la t-shirt di altri artisti, ma questo è un altro discorso.

Salita sul palco intorno alle 21.15, la band di Boston non lascia spazio a preamboli. Un Frank Black non proprio in forma fisicamente dà il via ad un concerto senza pause, senza cenni, senza parole che non siano lyrics. Solo rock. Nelle prime file colpisce la grande rappresentanza della nuova generazione (probabilmente i figli della retroguardia), gruppi di giovani ragazzi cresciuti nel mito e nel culto di chi ha spianato la strada ai grandi nomi alt-rock degli ultimi decenni. La platea rimane timida nei primi brani, ma si scioglie in fretta e si abbandona ad un canto appassionato sulle note di Here Comes Your Man e perde ogni inibizione rispondendo al resto della scaletta con un pogo concitato. I quattro eroi indie sono carichissimi e viaggiano senza intenzione di fermarsi. Picchi pazzeschi in Ed is Dead, Bone Machine, Tame e Gouge Away, per non parlare di Debaser, punta di diamante della serata.

Nella ricca setlist trovano spazio anche i singoli sfornati quest’anno: Bagboy, Indie Cindy e Andro Queen. Delle tre solo la prima mantiene vivo il pubblico, mentre le altre due sono le uniche note dolenti dello show. In Indie Cindy qualche acuto mette persino in difficoltà l’altrimenti impeccabile Black, ma l’impressione è che il nuovo materiale non interessi molto. Ad essere onesti, parlando di entusiasmo, questi due pezzi hanno concesso al pubblico le pause non programmate dalla band.

A concludere un sostanzioso encore arriva il momento più catartico, la gemma di Surfer Rosa che conoscono tutti, anche quelli che scambiano Frank Black per Dean Norris (Hank di Breaking Bad, ndr). Where is my mind?. L’epilogo di una serata memorabile, alla fine della quale si notano i sorrisi trattenuti di chi ha appena dominato il palco e con il capo annuisce in senso di approvazione. Una volta tornati a casa però ci si ritrova a contare i brani in scaletta: 35. In meno di due ore di durata. Quando mediamente bastano poco più di 20 pezzi per portare a casa il risultato da 120 minuti. Idoli assoluti.


Condividi.