Placebo, il report del concerto a Milano del 22 luglio 2014

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1994-2014. E sono venti gli anni di carriera per i Placebo, che dopo il passaggio in Italia con l’acclamatissima data dello scorso novembre a Bologna, sono tornati a trovarci il 22 luglio a Milano nell’ambito dell’Alfa Romeo City Sound. L’album è sempre “Loud Like Love”, uscito il 16 settembre 2013 via Universal, il settimo in studio per la band di Brian Molko, che, nonostante l’afa quasi insopportabile della Milano di fine luglio, è riuscita a portare a casa un live tutto sommato riuscito.

Puntualissimi sul palco di un Ippodromo del Galoppo non esattamente pieno e accompagnati, oltre che da un chitarrista (all’occorrenza alle tastiere) e da un tastierista (all’occorrenza al basso), dalla collaboratrice di lunga data Fiona Brice (tastiere e violino), Molko e soci attaccano con il purulento synth di “B3” una scaletta di venti pezzi per un live di un’ora e quaranta minuti circa, che, accanto ai brani del nuovo lavoro, conterà molti dei più grandi successi dei Placebo. Seguono “For What It’s Worth” e “Loud Like Love”, assieme a “Every You Every Me” le colonne portanti della prima fase di un live che stenta a decollare. Nonostante la band suoni senza sbavature e Molko, sudatissimo già dopo il trittico iniziale, interagisca molto col pubblico, sfoggiando tra l’altro in più occasioni un italiano decisamente buono, “Allergic”, “Scene Of the Crime”, “A Million Little Pieces” e “Rob the Bank” risultano spente. Ci vuole “Too Many Friends”, «un pezzo che parla di una storia vera – racconta Brian – ma nel quale abbiamo cambiato i nomi dei protagonisti, anche se sanno benissimo chi sono…», per innescare la scintilla che accenderà la serata.

“Space Monkey”, “One Of a Kind”, “Exit Wounds” e “Meds” suonano oscure, rabbiose, distorte, apprezzabilmente rivisitate rispetto all’originale, esattamente come ”Song To Say Goodbye”, tiratissima, col riff affidato al synth e poi al violino soffocato dalle chitarre, “Special K” e “The Bitter End”, che chiude prima dell’encore. È una performance senza troppi fronzoli questa dei Placebo, bellissimi i visuals e il light design, semplici, raffinati e d’effetto, ma mai invasivi o distraenti rispetto alla band; la sensazione a questo punto è che i Placebo dopo vent’anni e sette studio album suonino ancora con l’urgenza di una volta, concentrati sulla loro musica e fedeli alla linea. Eh già, perché, rientrati sul palco dopo “Begin the End”, dal nuovo album, suonano la cover di “Running Up That Hill” di Kate Bush, spogliandola e rivestendola delle loro inconfondibili sonorità, per chiudere con “Post Blue” e “Infra-Red”, due pezzi tratti proprio da quel “Meds” tanto vituperato dalla critica per la sua continuità con gli album precedenti. Scelta azzeccata, direi, dal momento che il pubblico, qui, come un po’ in ogni dove, apprezza e Molko e soci se ne vanno tra gli applausi.


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