Queen + Paul Rodgers – Forum Assago, Milano 5 aprile 2005

Chi ama i Queen, sapeva che la notizia era nell’aria: da troppo tempo Brian e Roger approfittavano di ogni evento pur di tornare a suonare qualche pezzo del gruppo dal vivo. Non per questo la notizia di un imminente tour, cosa che non accadeva da ben diciannove anni, poteva non far sobbalzare ognuno di noi dalle proprie sedie. Le possibilità erano due: portare avanti il tour da soli, dividendosi il cantato, oppure trovare un cantante e limitarsi a qualche pezzo, magari quelli scritti di proprio pugno. La prima ipotesi, forse la più suggestiva, era anche la più irrealizzabile, poiché entrambi, negli unici tour solisti post-Queen, avevano avuto grossi problemi di tenuta vocale sulla lunga distanza. La seconda però era la più rischiosa, perché si sarebbero innescate le inevitabili polemiche legate ad un nuovo singer, considerato soprattutto l’immensità di chi l’aveva preceduto. A mio modo di vedere, la scelta di Paul Rodgers si è rivelata grandiosa per più di un motivo. Innanzitutto poiché, nonostante in Italia il suo nome dica poco, si tratta di uno dei più grandi singer della storia del rock (chiedere a Bruce Dickinson, che lo ritiene uno dei più grandi di sempre o a Richie Blackmore, che lo voleva come sostituto di Gillan nei Deep Purple); poi perché è quanto di più diverso potessero trovare da Freddie Mercury e dal suo modo di cantare. Da subito la cosa è nata come puro divertimento, senza alcuna premeditazione, né tanto meno Paul si è presentato o è stato presentato come il sostituto di qualcuno. La stampa specializzata ha avuto comunque modo di sparare di nuovo a zero contro Brian May e Roger Taylor, senza curarsi del fatto che, invece, nessun fan avesse preso la notizia come una bestemmia. Ma d’altronde, se si considera che quando nel 1991 uscì Innuendo, considerato uno dei capolavori della band, parte della stampa parlò del solito lavoretto dei Queen, non ci si poteva certo aspettare niente di meglio. Sarebbe stato forse meglio prendere un clone e finire come i Litfiba di casa nostra.

I mesi d’attesa parevano non passare mai, ma alla fine Il giorno è giunto. Brian si presenta in tenuta classica, pantaloni neri e camicia bianca e appare in forma smagliante, mentre Roger appare un po’ appesantito, ma caricato a mille. Vederli insieme fa un certo effetto e, contemporaneamente, mette molta nostalgia. Paul Rodgers intona l’intro “Reaching Out” e chiarisce subito al pubblico che non si trova lì per caso. Da lì in poi, ad eccezione dei pezzi della carriera del singer, avrà inizio un infinito karaoke di lusso che vedrà protagonisti il gruppo e il pubblico del Forum, che da più di dieci anni sognava di poter cantare pezzi come “I Want To Break Free”, “Fat Bottomed Girls” o “Crazy Little Thing Called Love” insieme almeno ad un componente dei Queen. Il concerto è un susseguirsi di emozioni, che mi portano a versare litri di lacrime e le super chicche non si lasciano attendere: “I’m In Love With My Car”, che non veniva suonata dal vivo dal 1981, un’incredibile “39”, tutti i pezzi da “Innuendo” e “The Miracle”, mai potuti suonare prima per i motivi che tutti conosciamo e il guitar solo di Brian al quale viene attaccato “Last Horizon”, tratto da “Back To The Light”. Non mancano chiaramente i classici. “Radio Ga Ga” viene accompagnata dal classico battito di mani sincronizzato (col quale ho realizzato un altro dei miei sogni) e in “A Kind Of Magic” la voce del singer è davvero impossibile da sentire in mezzo a quella del pubblico. Non poteva mancare un sentito omaggio a Freddie e si rivela una grande sorpresa: “Bohemian Rhapsody” viene fatta cantare proprio a lui, dal concerto di Wembley, e suonata dal vivo dal gruppo. Una scelta che dimostra il grande stile che ha sempre caratterizzato i due musicisti, che non cade nel patetico, ma che anzi rende questa sera ancora più indimenticabile. Nel finale appaiono due grandi canzoni di Rodgers, “Can’t Get Enough” dei Bad Company e “All Right Now”, senza dubbio il pezzo più conosciuto dell’artista. Come ogni concerto dei Queen che si rispetti, la chiusura spetta a “We Will Rock You” e “We Are The Champions”, penso tra i dieci pezzi più conosciuti della storia della musica. A concludere, chiaramente, “God Save The Queen” e anche chi era riuscito a nascondere l’emozione per più di due ore, è costretto ora a lasciarsi andare e forse a rendersi pienamente conto che Freddie non uscirà da un momento all’altro indossando mantello e corona. Ora si può anche morire.

L.G.

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