Queens Of The Stone Age, Postepay Rock In Roma 3 giugno 2014

Il momento di riversarsi in massa verso l’Ippodromo delle Capannelle, l’ippodromo della Capitale, o la nuova Mecca del popolo rock, è finalmente giunto: ieri il Postepay Rock in Roma ha riaperto i battenti, per la tredicesima volta. In cartellone una band che è un’istituzione: i Queens of the Stone Age, chiamati a inaugurare la stagione, loro che per la prima volta mettono piede nella capitale. Lo ha detto Josh Homme: “L’ultima volta che sono venuto qui avevo 20 anni”. Ne sono passati altri venti o poco più, tempo in cui il suo pubblico è cresciuto a dismisura: dal nucleo irriverente dei fan dei Kyuss agli allegri adepti arruolati con “Song for the Deaf” e l’ultimo, per molti spiazzante, “…Like Clockwork”.

Attorno all’Ippodromo si respira un’aria diversa dal solito: c’è molto ordine, buona organizzazione, poche lamentele: lo sforzo di questa edizione è stato, tra gli altri, quello di gestire lo spostamento delle masse attraverso i mezzi pubblici o privati allestiti appositamente per il festival, soluzione che oltre ad avere il suo favorevole impatto sull’ambiente dà anche un’immagine europea ad una città che troppo spesso ha sofferto il paragone con le altre capitali del mondo. L’ampiezza del respiro del Postepay Rock in Roma è del resto testimoniata da una evidente presenza di pubblico straniero – è noto infatti che le vendite dei biglietti all’estero hanno avuto un sostanziale incremento, e si è visto.

L’apertura del festival, prevista per le 20, è affidata però ad un gruppo che è difficile considerare adatto a scaldare il pubblico delle antiche regine: potete anche essere scienziati in questa vita – la cosa ha il suo peso oggi, così come una volta lo avevano i filosofi e gli umanisti – ma finché sarà una questione di opinioni nulla può esser dato per scontato: e questa indie-rock band chiamata We Are Scientists è stata fuori dagli interessi e dalle attenzioni del pubblico per tutta l’oretta della loro esibizione, e a poco è servito l’impegno anche importante profuso sul palco. Non è un caso che la situazione migliori nel finale, quando l’adrenalina per i Queens sale e gli scienziati propongono quella che presumo sia la parte migliore del loro repertorio, ovvero “The Great Escape” e “After Hours”, lasciando poi il palco fra gli ululati ironici del pubblico.

Una mezz’oretta di attesa per far crescere le aspettative – tempo utile ad apprezzare l’incredibile eterogeneità geografica e sociale del pubblico – e appaiono loro, le antiche regine, con una doppietta devastante che provoca una immediata combustione degli animi: “You Think I Ain’t Worth a Dollar, but I Feel Like a Millionaire” e “No One Knows”. I Queens non sono animali da palcoscenico, non sono soliti saltare come dei saltimbanchi da una parte all’altra del palco, né amano sproloquiare o scherzare tra di loro: a reggere la scena c’è il valore sonoro, la caratura dei brani e la sempre curiosa soluzione degli arrangiamenti. È chiaro anche che la tracklist offrirà una panoramica di tutta la carriera: da “My God is the Sun” si passa a “Burn the Witch”, e “Feel Good Hit of the Summer”.

La prima parte del concerto è tutto un movimento confuso e caotico del pubblico delle prime file: c’è poco spazio per apprezzare la musica, molto per viverla, per mescolarsi e mischiarsi, per sbucare su nella folla che trascina i più esuberanti o rischiare qualche vertebra per raccogliere uno dei milioni di oggetti persi da chiunque nella prima mezz’ora: non siamo ai livelli di caos raggiunti ai concerti, che so?, dei Red Fang, ma qui, fatte le dovute proporzioni, non ci si può lamentare. Questo perpetuo movimento formicolare viene smorzato dalla delicatissima e magica interpretazione di “…Like Clockwork”, la title-track dell’ultimo lavoro: è libera di emergere, dopo aver annaspato tutto il tempo sotto il muro melmoso di chitarre, la voce calda e inconfondibile di Josh Homme, protagonista di un lirismo poco comune nelle regine, ma capace di colpire dritto al cuore.

Questo momento di intimità, riassorbito da “If I Had a Tail” e dalla febbrile “Little Sister”, rompe definitivamente le residue barriere rimaste tra musicisti e ascoltatori: “Make it Wit Chu”, in cui ho riconosciuto un’imprevedibile fonte di ispirazione per gli attuali Arctic Monkeys, è dedicato alle “ladies” presenti in campo – sebbene pensi a far bene il proprio lavoro senza troppi orpelli il buon Josh cede talvolta alle lusinghe del machismo mainstream con quella sua voce avvolgente e involontariamente ammiccante. Il momento romantico, colto a suo modo da un pubblico che ha un certo stile di vita, e che preferisce rotolarsi sull’erba in un goffo abbraccio che avvicina gli spiriti piuttosto che star lì a far ondeggiare la fiammella degli accendini, prosegue con “I Sat by the Ocean”, eccezione che conferma una regola piuttosto chiara nei concerti delle regine: la volontà di discostarsi dalla precisione e dal controllo dinamico tipico del disco, come invece è solito trovare nei concerti, tipo, dei Cure: qui i volumi non rispondono alle esigenze dell’orecchio e del gusto facilmente irritabile dell’aristocratico dell’arte, ma si dà conto solo alle ben più grezze esigenze dell’adrenalina, che se vuole il riff di “Sick Sick Sick” sparato a manetta, ad eclissare tutto il resto, quello ottiene. Insomma, largo alle dinamiche live, al bello della diretta, agli imprevisti che potremmo scambiare per errore, che non sono – e non devono – sempre rientrare nella rigida logica delle equazioni sonore. Del resto il nostro povero fan aristocratico, poco avvezzo alla sporcizia del rock, trova il suo spazio rappresentativo delle minoranze nell’esecuzione dei singoli, che sono esentate dal discorso appena proposto. Siamo nel solco tracciato da “…Like Clockwork”, un album che è stato sì recepito in maniera un po’ imbarazzata dai fedelissimi, ma che ha avuto il merito di aggiungere una buona fetta di pubblico grazie alla sottile danza con i generi affini allo stoner-rock; su tutti il pop.

Si diceva di “Sick Sick Sick”, uno dei brani accolti con maggior entusiasmo dal pubblico: Josh li aveva del resto messi in guardia: “We’re having a great time here, I see it”, e manco a farlo apposta parte il brano che restituisce l’atmosfera viva, strafottente e lavica che tutti i fan si aspettano – sensazione che continua con la doppietta finale “Better Living through Chemistry” e “Go With the Flow”: baraonda totale.

La band esce qualche minuto per poi rientrare e proporre i bis, eseguiti in modo magistrale, ad onorare la statura del songwriting: “The Vampyre of Time and Memory”, in una versione dilatata almeno fino a raddoppiare l’usuale durata, propone un saggio della grandezza lirica delle regine raggiunta con l’ultimo disco, che ha offerto i due significativi momenti di rilascio tensivo – mentre le sfuriate adrenaliniche sono state ben rappresentate dalle hit del passato. Ecco perché il concerto resta sempre il miglior modo per farsi un’idea sensata ed effettivamente valida di un lavoro, o di un gruppo.

A seguire, e suggellare la serata, “Song for the Deaf”: quell’intro di batteria è stato mimato da mezzo ippodromo, e come nelle migliori tradizioni folk, il batterista ha modificato e allungato la propria parte, provocando diverse figuracce in chi stava mimando – fra gli altri anche il sottoscritto. Ma non fatevi illusioni: sono pronto a scommettere che non vi fosse nulla di preparato, e che John Theodore, il batterista, abbia proprio sbagliato, cercando di riprendere poi il filo del discorso esitando nervosamente sul charleston. Tutto rientra alfine nei binari spezzati tipici del brano, sempre intervallato da pause, da stacchi di chitarra decisamente eccitanti e infuocati, e dai coretti tipici dello stoner à la QOTSA. Suggello perfetto.

Insomma, tutti felici e contenti per il primo giorno di Postepay Rock in Roma 2014: pollice in su per l’organizzazione e per la scelta intelligente di far aprire l’edizione alle regine, protagonisti autorevoli di un concerto gradevole e strutturato in maniera eccelsa, perfetto antipasto di quel che sarà o dovrà essere. Pollice verso, invece, per la scelta degli scienziati, anche se non sappiamo fino a che punto, certe scelte, siano volontarie e deliberate.

Fotografie a cura di Laura Penna

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