Radiohead Bologna 25 settembre 2012

Roma, Firenze e adesso Bologna. Continua il 25 settembre 2012 la marcia trionfale sull’Italia dei Radiohead, a suon di pubblico. Eravamo più di trentamila all’Arena Parco Nord, rapiti da questa band affascinante e carismatica, uno degli act live più spettacolari cui sia dato di assistere in questi ultimi tempi. La gente che riconosce i pezzi dalle prime note, l’orda che ondeggia al suono del pifferaio magico, un Thom Yorke rilassato con la sua voce efebica ed ammaliante che riesce a danzare sul palco e perfino a scherzare con le prime file adoranti. L’impatto sonoro centuplicato dalla forza delle immagini sui video, la musica che sale e ad un certo punto pensi che l’enorme palco possa decollare come un astronave o che gli alieni si affaccino ad ascoltare divertiti. Sono sensazioni forti quelle trasmesse dai Radiohead, connubio riuscito tra uomo e macchina (come a loro tempo furono i Pink Floyd), fusione di melodie stranianti e ritmo eccitante grazie alla doppia batteria di Phil Selway & socio, al lavoro di gruppo di percussioni. E’un enorme carillon pulsante, quello della band di Oxford, in cui ci sta di tutto: dalla psichedelia anni Sessanta al blues, dall’Oriente e l’Africa al dancefloor.

Dall’inizio alla fine, un trip autentico. Senza cali di tensione. Yorke e compagni (Jonny Greenwood un genio dei suoni, si alterna tra chitarre, voce, tastiere e percussioni) sono in grande spolvero, un collettivo al servizio di una musica che ti fa ballare e nel contempo sollecita zone del tuo cervello che nemmeno pensavi di avere. E’ il suono giusto per l’epoca, ritmo ossessivo e melodia ipnotica, uso smodato di led, monitor giganti che si muovono a comporre un patchwork di immagini (un po’inquietante il primo piano dell’occhio frammentato di Yorke), che rimandano i dettagli di quello che succede sul palco. Ma non è solo roba per stupire il popolo. C’è la musica, eccome. Le canzoni sono solidissime nella loro semplicità, la poesia vitrea intarsiata ai loop, l’onda hertziana del basso che ti colpisce altezza petto, le batterie con il loro moto peristaltico e incessante.

Radiohead impazzano per un’ora ed un quarto a suon di overdrive interstellari, scansioni ritmiche imprevedibili, discese ardite e risalite, attingendo soprattutto agli ultimi due album  più elettronici (“In Rainbows” e “The King of Limbs”), con un boato quando attaccano “There There”, poi sul palco viene spinto un pianoforte decorato da una bandiera tibetana per Thom ed è la nuda bellezza di “Pyramid Song”, tra le ovazioni. Se ne vanno, per ritornare quasi subito con un set più acustico concluso da una devastante versione di “Paranoid Android” che scatena entusiasmo collettivo. E calano gli assi: “House of Cards”, ipnotizzante, “Sit Down, Stand up”, “Reckoner” fino all’apoteosi di “Everything in Its Right Place” con i suoi saliscendi improvvisi che si spegne delicata, lasciando nel pubblico ciò che deve esserci alla fine del concerto: la voglia di averne ancora. Non ne avremo, giustamente. Musica swing ci accompagna mentre ci dirigiamo verso le uscite, sciame esausto e pago di due ore di eccitazione e buone vibrazioni.

Uno dei pochi gruppi usciti alla ribalta negli ultimi anni che ha ancora qualcosa da dire. E lo dice bene.

Paolo Redaelli

Setlist: Lotus Flower, Bloom, 15 Step, Lucky, Kid A, Morning Mr. Magpie, There There, The Gloaming, Separator, Pyramid Song, You and Whose Army?, I Might Be Wrong, Planet Telex, Feral, Little by Little, Idioteque, Exit Music (for a Film), The Daily Mail, Myxomatosis, Paranoid Android, Give Up the Ghost, House of Cards, Reckoner, Everything In Its Right Place.


YouTube

Condividi.