Rock In Idro – PalaSharp, Milano 14 giugno 2009

Giornata col botto quella del day two del Rock in Idro, con due grandi reunion attese da tempo che si sono divise lo slot di headliner: Limp Bizkit e Faith No More. A dirla tutta chi si è dimostrato tale coi fatti è stato uno solo, eclissando tutti i gruppi che si sono esibiti in questa due giorni infernale. Ma andiamo con ordine.

Si parte giocando in casa con una coppia di band italiane, gli Idols Are Dead e i Your Hero. I bolognesi dimostrano di essere pienamente in grado di tenere la scena, così come di riuscire nell’arduo compito di smuovere i pochi convenuti portandoli a creare un mosh. I secondi sono forse leggermente fuori posto, a causa di brani più dosati e meno propensi al casino e al coinvolgimento, ma l’impegno è evidente, tanto che riceveranno la medesima dose di calorosi applausi di incoraggiamento riservata a chi li aveva preceduti.

Si prosegue con due combo dell’attuale panorama metalcore: gli All That Remains (visti recentemente sempre a Milano insieme ai The Haunted) e gli australiani Parkway Drive. Gli ATR fanno il loro compitino con forse qualche incertezza di troppo da parte del cantante, decisamente meno in forma rispetto a quanto visto a febbraio. I Parkway Drive raccolgono maggiori consensi grazie a un sound molto più diretto e con meno fronzoli rispetto ai compari americani. Da segnalare la performance del singer Winston McCall, che non subisce cali fino alla fine. Bravi.

A distanza di un anno dalla loro prima esperienza sul suolo italiano (supportarono la data dei RATM) ritornano i britannici Gallows, autori di un sound che si muove liberamente tra il punk e un hardcore per certi versi simile alle sonorità degli Everytime I Die. Forse proprio a causa dell’essere semi sconosciuti in Italia non vengono ricompensati a sufficienza dal pubblico, che però reagisce al momento giusto quando il carismatico frontman Frank Carter scende dal palco e si piazza in mezzo al palazzetto(!), comandando sulle note di “Orchestra Of Wolves” un megapit. Un combo che non si è risparmiato in sede live e inevitabilmente destinato a crescere nel futuro.

Il quarto posto nel bill per i Bring Me The Horizon farebbe pensare a un successo annunciato. E invece i deathcorers di Sheffield hanno un bel daffare per coinvolgere la platea. Cosa che riesce finalmente col penultimo pezzo, quando, sotto l’incitamento del tatuatissimo singer Oliver Skyes vengono inscenati ben due wall of death. Ad esecuzione conclusa ricevono meritati applausi, ma che fatica!

È il turno dei nostrani Lacuna Coil, giunti finalmente in patria nel tour promozionale della loro ultima fatica, “Shallow Life”. Lo show di un’ora ha evidenziato ancora una volta quanto il sestetto sia una forza quando si tratta di esibirsi dal vivo: prestazione eccellente per la nostra Cristina nazionale, così come per il reparto strumentale, tutti belli potenti e precisi. In chiusura viene proposta la cover di “Enjoy The Silence”, ciliegina sulla torta di 60 minuti suonati da veri professionisti. Volendo essere stronzi si potrebbe aggiungere che Ferro è il meno espressivo di tutti, e che i pezzi alla lunga risultano un po’ troppo monotoni e banali, ma queste sono solo considerazioni personali.

Parziale delusione invece coi Limp Bizkit. Se da una parte la band ha soddisfatto i propri fan proponendo quasi tutti i singoloni della loro carriera (solo “Boiler” è mancato all’appello), dall’altra parte non si può restare in silenzio per quanto riguarda la durata complessiva dello show. Da bravi co-headliner i LB avevano 90 minuti, esattamente come i FNM. E invece, quando l’amato/odiato Fred Durst annuncia l’ultimo pezzo della setlist, è passata circa un’ora. A conti fatti il quintetto di Jacksonville ha suonato anche per meno, vista la quantità spropositata di pause che si è concesso tra un brano e l’altro. Dopo l’ennesimo intervallo il pubblico giustamente si è stufato e ha iniziato ad acclamare a gran voce i Faith No More; davvero inspiegabile l’atteggiamento tenuto. Se non altro dove è mancata la quantità hanno compensato tutte le hit che facevano furore dieci anni fa, tra una “Faith” e un “Nookie” il PalaSharp non ha mai smesso di muoversi e saltare. Dal lato tecnico buona la prestazione della sezione ritmica (John Otto ottimo e sempre sicuro dietro le pelli) e per il vocalist Durst, capace di catalizzare l’attenzione sulla sua persona come pochi altri. L’unico un po’ appannato è risultato proprio il rientrante Wes Borland.

Faith No More, foto di Nicola Lucchetta

Il concerto dei Faith No More è stato perfetto, sotto ogni punto di vista. E si potrebbe anche non dire altro, con buona pace di chi si è perso la performance dell’estate. Gli eventuali dubbi che si potevano avere su una reunion forse troppo scontata e telefonata sono stati fugati sin dal primo istante, quando il quintetto ha dato inizio alla scaletta con la cover (azzecatissima) di “Reunited” dei Peaches & Herb: sono bastate le prime note per capire che la successiva ora e mezza avrebbe regalato uno spettacolo memorabile.

Suoni perfetti, Bordin e Gould eccezionali nelle ritmiche, Bottum essenziale quanto indispensabile, Hudson chitarrista ineccepibile e pulitissimo. E poi lui, il dio del microfono, Mike Patton. Oltre alla goduria nel vedere un vero professionista del mestiere tornare ad eseguire magistralmente pezzi entrati di diritto nella storia della musica alternativa, ciò che ha reso la serata ancora più indimenticabile è stato il rapporto privilegiato che il buon Mike ha intrattenuto con il pubblico. La conoscenza della lingua italiana gli ha permesso di scherzare costantemente con tutti, di fatto azzerando la distanza che vi è di solito tra spettatori e act. Irresistibile per le battute, rivolte spesso ironicamente a sé stesso (“Mi fa male tutto, sono troppo vecchio per queste cazzate”) o ai compagni di viaggio (“Dove cazzo è il batterista? E’ andato a piscià! Per me si sta facendo una sega! Segaiolo di merda!”…con una personalità simile come si fa a non volergli bene?, ndr).

E come se tutto questo non fosse già abbastanza, che dire dell’esecuzione di “Evidence” cantata interamente in italiano? Una volta tanto anche noi abbiamo avuto la nostra chicca in esclusiva da incorniciare negli annali!

Una scaletta decisamente completa, con tutte le hit più famose (incluse le due cover “Easy” e “I Started A Joke”) che hanno fatto cantare e saltare l’intero palazzetto, per la prima volta in due giorni davvero pieno. Dalle storiche “Midlife Crisis”, “Epic” e “We Care A Lot”, alla incazzata “The Gentle Art Of Making Enemies”o la thrasheggiante “Surprise!Your Dead!”, passando per una “Chinese Arithmetic” contaminata dai versi di “Poker Face” di Lady Gagà…impossibile che qualcuno sia rimasto deluso, davvero.

Da raccontare ce ne sarebbe ancora tanto da scrivere un altro articolo, ma in realtà tutto quello che rimane davvero da dire è: “Tra quanto tornate?”.

Setlist Limp Bizkit: Space Odyssey (intro) – My Generation – Livin’ It Up – Show Me What You Got – Break Stuff – Nookie – Rearranged – Eat You Alive – Rollin’ – My Way – Faith; Bis: Behind Blue Eyes – Take A Look Around
Setlist Faith No More: Reunited – The Real Thing – From Out of Nowhere – Land of Sunshine – Caffeine – Evidence (italian version) – Chinese Arithmetic/Poker Face – Surprise!You’re Dead! – Easy – Ashes to Ashes – Midlife Crisis – Introduce Yourself – Gentle Art of Making Enemies – I Started a Joke – King for a Day – Be Aggressive – Epic; Bis: Chariots of Fire/ Stripsearch – We Care a Lot

Nicolò Barovier

 

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