Roger Daltrey Firenze 20 marzo 2012

Impossibile parlare del più importante concept della storia del rock (sì, il più importante), senza scadere nel già detto o in banalità di sorta. Meglio allora parlare della versione itinerante della rock opera, portata in giro per l’Europa dal solo Roger Daltrey. Tonwnshend non c’è, ma la presenza dell’ottimo fratello minore suona come la conferma che questo avrebbe dovuto essere un vero e proprio tour degli Who: purtroppo l’acufene sta avendo la meglio sul buon Pete, che inizia a confrontarsi con l’età e le conseguenze di quarant’anni di watt sparati nelle orecchie.

L’inizio dello show non è dei più fortunati: un guasto all’impianto elettrico fa slittare il tutto di quasi un’ora, riportando alcuni dei presenti all’ultima venuta di Daltrey nel nostro paese. Quella volta, all’Arena di Verona, un uragano spazzò via la voce del cantante, che lasciò il microfono proprio a Townshend. Fortunatamente il guasto non compromette anche questa serata, che riparte tra l’entusiasmo di un pubblico davvero civile e, da questo punto di vista, molto poco italiano. Roger dice di avere qualche problema alle corde vocali, ma dopo solo un paio di pezzi, la sua classe si erge su tutto, come è giusto che sia: microfono roteato come da tradizione, capelli ricci e occhiali che fanno un po’ vecchio zio, ma soprattutto un timbro di voce un po’ ispessito e per questo ancora più fascinoso. Conclusa la storia del piccolo Tommy, arriva il momento dei classiconi: si parte con I “Can See for Miles” e si arriva a “Baba O’Riley”, passando per “Who Are You” e “The Kids Are Alright” e qualche chicca come “I’m  A Man” di Bo Diddley. Niente “I Can’t Explain” e “Won’t Get Fooled Again”, ma cosa possiamo chiedere di più?
Per tutti quelli che “ah no, io di sti vecchi mi sono rotto le palle” e poi si ritrovano in platea a piangere di gioia con la musica che li ha cresciuti. Quella non ha età.

Luca Garrò

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