Saint Vitus – Bloom, Mezzago (MI) 14 febbraio 2010

Sinceramente non saprei dire da quanti anni i Saint Vitus mancassero in Italia. Non ne ho proprio idea. Sicuramente troppi. Così, l’appuntamento allo storico Bloom di Mezzago (ci ha suonato mezzo mondo) è stata cosa gradita a molti: certo, si tratta di un locale piuttosto piccolo, eppure parecchi sono stati i coraggiosi che si sono spinti nel freddo della notte brianzola per gustarsi il concerto della band americana. Per darvi un’idea, c’è chi è arrivato dalla Sardegna in aereo solamente per poterli vedere. Locale gremito, quindi, e successo completo da parte degli organizzatori, ai quali va anche il merito di aver fatto cominciare i due concerti in perfetto orario.

Aprono, infatti, i Centurion Ghost, gruppo per tre quarti inglese e per un quarto italiano, grazie alla chitarrista Federica Gialanza. Attivi già da parecchio tempo e con tre album alle spalle, riscaldano il pubblico con una mistura doom/sludge totalmente imbevuta di movenze alla Electric Wizard, oltre a qualche piccolo accenno ai Cathedral più pesanti: unica variazione rispetto ai canoni del genere, lo scream hardcore del cantante. C’è chi apprezza, chi li trova sin troppo monocordi. Personalmente ho gradito il loro show: il quartetto ha dimostrato di funzionare perfettamente come gruppo di spalla. E poi non tutti possono essere originali e storicamente imprescindibili quanto Black Sabbath e simili.

Chi ha dedicato la propria carriera a rinverdire il mito del complesso di Birmingham sono proprio i St. Vitus. Che fra split e reunion varie sono ancora tra noi. Per fortuna, verrebbe da dire. Specialmente dopo aver visto questo concerto, in cui il gruppo originario di Los Angeles non ha fatto nulla di eclatante, per la verità. Semplicemente, ha messo in piedi lo spettacolo che tutti i presenti si sarebbero attesi; e mantenere le aspettative che gli altri ti cuciono addosso non è per nulla semplice.

La line – up utilizzata per questo tour è quasi identica a quella che fece di “Born Too Late” il loro disco più famoso, eccezion fatta per Henry Vasquez, chiamato a sostituire Armando Acosta dietro le pelli. Ovviamente, dato il tipo di formazione, la scaletta si basa soprattutto sui dischi nei quali a cantare fu Wino; altra logica conseguenza, il suono proposto da questi St. Vitus è sì devoto alle lente cadenze del doom, ma non manca un approccio marcatamente rock e, in alcuni frangenti, vicino alle distorsioni psichedeliche dei Settanta. Probabilmente se ci fosse stato Reagers l’esibizione avrebbe assunto toni più ‘classici’ ed epici. Invece ci troviamo di fronte a quattro biker inveterati, e gli effetti sonori si fanno acidi e violenti: chitarra immersa in spirali di fuzz, basso pulsante, assoli dilavati, e qualche accelerazione che scatena principi di pogo sotto il palco. Il volume è altissimo, dagli amplificatori escono flussi di note antiche, rugginose, spesse: l’acustica più che buona ce le fa distinguere chiaramente, specie se pensiamo al tipo di concerto a cui stiamo assistendo. Brani come “Clear Windowpane”, “Born Too Late”, “Dying Inside”, “White Stallions” e “Saint Vitus” riescono che è una meraviglia.

Loro poi, a vederli, sono clamorosi. Wino è sempre uguale, più che da un tour bus sembra sia appena sceso da un chopper. Il suo registro vocale è ancora ottimo, anche se fra un pezzo e l’altro biascica parole incomprensibili, e non solo perché parla in inglese; l’unica cosa appena intelligibile ha a che fare con vino e alcolici vari. Chandler è l’ultimo degli hippie, con bandana e una tonnellata di capelli grigio – bianchi; probabilmente non ha ancora sessant’anni ma dimostra l’età del Grand Canyon. Scolpito nella roccia. Bevono alternativamente acqua, birra e whiskey, e affermano che fra i vari poteri dei Saint Vitus c’è anche quello dell’alcolismo. Con poche mosse tengono in pugno tutti i presenti, senza bisogno di dover strafare. Sono nati troppo tardi, eppure dopo trent’anni non hanno nessuna intenzione di scomparire. Più che ad un complesso musicale, ormai somigliano ad un monumento. Piccolo, d’accordo, ma non per questo privo d’importanza. Noi li ringraziamo della perseveranza.

Stefano Masnaghetti

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