Salmo Milano Alcatraz 15 dicembre 2013

Domenica 15 dicembre 2013 si è chiuso il tour “suonato” di Salmo, con la data milanese all’Alcatraz in compagnia di ospiti come MadMan, Gemitaiz, Nitro, En?gma, El Raton e, soprattutto, gli olandesi Dope D.O.D. Quando arrivo, mi rendo subito conto di quanto sia variegato il pubblico accorso al locale di via Valtellina, e questa trasversalità concorre fosse a spiegare il recente successo del rapper sardo. Prima che lo show cominci, vedo aggirarsi per la sala b-boys, zarri, hipster, un quarantenne con indosso una t-shirt con scritto sopra “Hard Rock”, tutti assolutamente a proprio agio. Ma soprattutto, è pieno di ragazzini, dove per ragazzini intendo che io alla loro età ero a vedere gli 883 in concerto al Rolling Stone, quando ancora c’era Mauro Repetto che siccome non sapeva cosa fare sul palco, ballicchiava e sfogliava dei cartelloni su cui c’erano scritti i testi delle canzoni, per permettere al pubblico di cantarle.

Salmo attacca con il primo singolo del suo ultimo disco, “Russell Crowe”, supportato da una band composta da dj, chitarra, basso e batteria. E gli si deve subito rendere merito di saperlo tenere bene, il palco, perché di solito i concerti hip hop, diciamocelo, sono piuttosto noiosetti, con le prime tre file che al massimo muovono la testa su e giù e tutti gli altri immobili ad ascoltare le parole che, storpiate da impianti acustici di solito inadeguati, si colgono a malapena, coperte dalla base. Invece, complice la presenza degli strumentisti, Salmo cerca subito di dare una connotazione live al suo show, organizzando il pogo, invitando il pubblico a fare stage diving, saltando da una parte all’altra e insomma facendo quello che si dovrebbe fare su un palco, ovvero il musicista. È anzi probabile che molti dei ragazzetti di cui sopra vedano per la prima volta chittarrabassobatteria dal vivo, quindi do un cinque mentale a chi ha avuto l’idea di questo tour.

A proposito di gente che se ne sta ferma ai concerti, ieri sera io ero uno di questi. Potrei dare la colpa all’età che avanza, ma in realtà ho a stento gli anni di Cristo in croce, quindi non mi posso ancora definire del tutto vecchio. A mia discolpa, posso dire che ero reduce da una cena e un pranzo natalizi infilati uno via l’altro, per cui arrivato a sera ero ancora in botta da digestione. In ogni caso, mi sono appoggiato senza remore a un muretto e mi sono goduto lo spettacolo immobile come un gatto di ghisa, anche perché due passi più in là c’erano delle ragazzine che si agitavano al posto mio. Ed è stato nel corso della mia placida osservazione che mi sono convinto di altre due cose. La prima: non me ne ero reso conto subito, ma sono quasi sicuro che almeno tre o quattro dei bamboccetti presenti fossero accompagnati dai genitori, che senza dubbio avrebbero preferito che il loro rampollo avesse chiesto di accompagnarli a sentire Max Pezzali. La seconda: dalla statura media del pubblico, ho ipotizzato che la sala fosse gremita di sardi (massimo rispetto, ma lo sapete anche voi di non essere propriamente noti per la vostra altezza). A conferma di ciò, i convenuti si esaltano un casino quando Salmo annuncia che “The Island” è dedicata ai suoi conterranei.

“Space Invaders”, “Street Drive In”, “Death U.S.B.”: Salmo attinge da un po’ tutto il suo repertorio. Ma il momento culmine della serata arriva quando Salmo invita sul palco i Dope D.O.D. per cantare assieme il loro featuring “Blood Shake”, che porta a due considerazioni: la combo infernale funziona eccome; su un palco di sardi Skits Vicious e Dopey Rotten sembrano incredibilmente alti. Si fila via lisci fino al bis, dove tra l’altro i Dope tornano per cantare la loro “What Happened?”, durante la quale giurerei che sia salita sul palco pure Alteria, anche se non ho idea a fare cosa. Siccome ho una certa età, per il gran finale sono in pole position e prima che la folla si riversi all’uscita riesco a recuperare il giaccone e rituffarmi nel freddo milanese. Sulla strada di casa indosso le cuffiette e mi riascolto il primo disco di Salmo, “The Island Chainsaw Massacre”, perché si sa che dire che il primo album è il migliore fa sempre figo.

Una doverosa nota conclusiva: nessun sardo è stato maltrattato nella stesura di questo report (anche perché probabilmente sarebbe stato lui a maltrattare me. Sono alto, ma non sono buono a fare a botte).

Marco Agustoni


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