Satyricon – Rolling Stone, Milano 2 dicembre 2008

 

Ricordo un’intervista, di non molto tempo fa, nella quale Phil Anselmo definiva Frost un batterista sottovalutato, e i Satyricon stessi una band sottovalutata. Parole sagge, che chi ha avuto la fortuna di vederli dal vivo sicuramente condividerà. Credo che, oggi come oggi, sia proprio la dimensione live ad esaltare maggiormente le qualità dei norvegesi, tant’è vero che anche i nuovi pezzi di “The Age Of Nero”, disco piuttosto anonimo, riescono a convincere maggiormente in questa sede.

Ma torniamo allo spettacolo di questa sera: ad aprire i giochi ci pensano, a causa della defezione degli Evile, gli Zonaria, gruppo svedese di tradizionale melodic death metal. Tra il pubblico del Rolling Stone c’è chi apprezza, ma personalmente non ho trovato nessuno spunto degno di nota nella musica della band: oltre ai soliti nomi del death svedese (menzione d’onore per gli Hypocrisy), nei loro brani è presente qualche spunto preso a prestito dal black gotico degli ultimi Dimmu Borgir (vedi alcuni svolazzi di tastiere “orrorifiche” messi qua e là, oltre alla voce del cantante), e una certa enfasi epica intesa a sottolineare le parti più atmosferiche. Non c’è nulla di personale in quello che fanno, le loro canzoni scadono presto nella mediocrità e finiscono per annoiare e risultare soporifere nel giro di pochi minuti. Hanno appena firmato un contratto con la Century Media, ma rimangono una formazione piuttosto insignificante.

“Italia! Italia! Italia! Italia! Italia!”, urla Satyr tra una canzone e l’altra. Lo ricordavamo in forma e felice di potersi esibire nel nostro paese già durante il tour di “Now, Diabolical”, ma ora pare ancora più raggiante dell’altra volta. Nonostante il pubblico del Rolling Stone sia nettamente più esiguo rispetto a quello presente due anni fa all’Alcatraz, i Satyricon non se ne fanno un problema e sfoderano una delle loro migliori prestazioni di sempre. Coadiuvato come di consueto da ottimi turnisti, il duo Satyr – Frost, unico nucleo immodificabile della storica band, dimostra la sua inarrestabile progressione qualitativa sulle assi del palco. Complice anche un missaggio dei suoni incredibile, grazie al quale ogni strumento risalta in ogni sua sfumatura, andando a formare un muro sonoro compatto e maestoso, la performance degli scandinavi si distingue per una maniacale ricerca della precisione (quasi sempre raggiunta, va detto) e per il carisma di Satyr, ormai maturato sia come uomo sia come frontman. Capelli corti ed elegante camicia nera indosso, il musicista si muove agilmente per tutto il palco, sollevando spesso la pesante asta del microfono a forma di tridente: sa quando ricercare il contatto con il pubblico delle prime file, sa quando deve incitarlo, e soprattutto la sua prova dietro il microfono è impeccabile dall’inizio alla fine. Non ricordo di averlo sentito cantare così bene neppure allo storico Wacken del 2004; per la verità, non ricordo nessuno screamer capace di confrontarsi con lui in ambito black, quantomeno in sede live. D’altra parte nessun complesso storico del metallo nero norvegese è mai riuscito ad esprimersi a questi livelli su di un palco: non parlo di effetti scenici e trovate atte a scioccare gli astanti (vedi Gorgoroth, ad esempio), parlo proprio della resa sonora dei pezzi.

Ovviamente ad essere privilegiati sono quelli più recenti, a partire dai brani di “The Age Of Nero”. “The Wolfpack”, “Commando” (dedicata ai fan italiani), “Black Crow On A Tombstone” e “Die By My Hand” sono i prescelti, affiancati da pezzi del nuovo corso ormai divenuti storici, quali l’immancabile “Fuel For Hatred”, “K.I.N.G”, “Now, Diabolical”, “Angstridden” e “The Pentagram Burns”: per eseguire quest’ultima Satyr imbraccerà la chitarra, lasciata da parte per quasi tutto lo show, in modo da potersi muovere più liberamente. Il groove che si sprigiona da essi è contagioso, l’interpretazione che ne dà il gruppo è giustamente meccanica, cupa e spietata. Si tratta di una scaletta comunque piuttosto equilibrata: tolta l’esecuzione, a fine concerto, del loro irrinunciabile inno “Mother North”, prevedibilmente richiesto a gran voce da quasi tutto il pubblico, altre quattro gemme hanno brillato nella notte milanese; “Havoc Vulture”, “Walk The Path Of Sorrow” (compresa di intro tratta direttamente da “Dark Medieval Times”), “Forhekset” e, verso la conclusione dello show, nientemeno che “Hvite Krists Død”, canzone che apre il fondamentale, ma spesso dimenticato, “The Shadowthrone”. Si è trattato di un vero e proprio regalo verso i presenti, un brano storico suonato magistralmente, stacco di tastiera compreso, e quasi mai eseguito in concerto negli ultimi anni.

Sulla via del ritorno, quando ormai tutto si era concluso, ho ripensato al giudizio di Anselmo. Concordando con esso una volta di più. Pochi gruppi, in questo momento storico, possono vantare un suono così personale, evolutosi in maniera criticabile, certo, ma con totale indipendenza verso i trend imperanti. Pochi gruppi hanno la capacità di allestire un’esibizione di tale caratura, amalgamando perfettamente vecchi e nuovi pezzi, stilisticamente così diversi tra loro. Pochi gruppi annoverano tra le proprie fila un batterista d’eccezione quale è Frost, preciso tanto nei rallentamenti quanto nelle sfuriate in blast – beat, dotato addirittura di raffinatezza e di sensibilità al tocco. Se a tutto questo aggiungete l’intelligenza, il carisma e la bravura compositiva del leader, non potrete non considerare anche voi i Satyricon un gruppo dannatamente sottovalutato, che meriterebbe maggior considerazione, ed anche un maggior numero di spettatori quando si esibisce.

Stefano Masnaghetti

Condividi.