Savages, Circolo degli Artisti Roma 25 febbraio 2014

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C’era davvero molta attesa per la prima data delle Savages a Roma, andata in scena il 25 febbraio 2014 presso il Circolo degli Artisti. “Silence Yourself”, primo disco della giovanissima band tutta al femminile, ha saputo conquistare gli onori della critica e lo troviamo ben piazzato in molte classifiche dei migliori album del 2013. Eppure la compagine degli scettici è sempre stata ben assortita: davvero troppo evidenti, infatti, le somiglianze della front-woman Camille Berthomier, a.k.a. Jehnny Beth, con due gigantesche icone della Dark Wave come Ian Curtis e Siouxsie Sioux. Ma ci avevano garantito che il live avrebbe messo tutti d’accordo e siamo andati a vedere.

Ad aprire il concerto gli A Dead Forest Index, molto interessanti e apprezzati. Dopo una lunga attesa appaiono sul palco le Selvagge. Non c’è che dire, il nome è quanto mai pregnante. Fin dall’attacco, affidato ad “I am here” e “She will”, le quattro ragazze non esitano a mettere in campo le loro qualità sceniche e sonore: tanta cattiveria e volume assordante. È un Dark Wave interpretato in maniera decisa, non molto raffinata. L’attitudine è infatti quella del Punk, ma con un basso gigante e una chitarra fragorosa, spesso impegnata in incursioni verso aree psych e noise.
Il singolo “Shut up” è subito ben accolto dal pubblico ed è già tempo, per Jehn, di sbottonare la camicetta. Eh sì, ora, a vederla da lontano, sembra un po’ meno Curtis. Segue una cover dei Suicide, “Dream Baby Dream”, che da un iniziale piglio alla Velvet Underground sfocia presto, e a più riprese, in un caotico noise. Le luci sono perennemente puntate verso il pubblico, a complicare il lavoro dei fotografi (del resto c’era un suggerimento, al botteghino, per far un buon uso dei cellulari). Avanti con “Strife” e “City’s full”: nelle parti in cui il cantato è monodico, quasi parlato, Jehn ricorda vagamente Grace Slick dei Jefferson Airplane. La band, dal canto suo, procede con una violenza sonica davvero rara, ed è questo l’aspetto che colpisce: menano di brutto. “No face” è dedicata alle ladies in the crowd, la platea è ormai caldissima, e c’è un bel casino sotto palco. Sul gran bel giro di basso di “Husbands” partono le prime vere pogate e la band è al culmine emozionale: forte intensità, tracce di magnetismo e buona personalità, ulteriormente dispiegate in “Hit me”. A suggellare il concerto una lunghissima versione di “Fuckers”, altro inedito.

Come sono, dunque, le Savages? A tratti – direste – veramente accattivanti, soprattutto grazie all’ammirevole devastazione sonora. Jehn è più manierata di quanto si potesse immaginare, e sebbene assieme alla sua band ostenti una discreta sicurezza nei propri mezzi, pare – direste – che non siano in fondo veramente spontanee, il che, parlando di punk, potrebbe avere il suo peso. D’altro canto, il risultato è molto credibile, soprattutto stando alla risposta del giovane pubblico presente. I meno giovani potrebbe sembrare un po’ interdetti, ma forse, alla fine, anche loro conquistati. Insomma, quasi tutto bene. C’è – direste – un solo, unico, vero neo: i 18 euro richiesti al botteghino. Decisamente troppi. Sicuramente, il grande successo internazionale ha creato non poche pressioni sulla band e su parte del pubblico addentro al genere, ma per un giudizio che possa ritenersi attendibile, dovremo aspettare un po’, consapevoli che i mezzi per un duraturo successo sono ben presenti davanti a noi.

Last, but not least: al banchetto, in vendita esclusivamente toppe e vinili. E ne sono stati venduti parecchi. In questo senso, le idee sono chiare e inequivocabili.

Cover Story: Rodolfo Sassano


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