Scorpions a Piazzola Sul Brenta, le foto e il report del concerto del 18 luglio 2014

Quando gli Scorpions annunciano l’ultimo concerto italiano della loro carriera, il 18 luglio 2014 all’Hydrogen Festival di Piazzola sul Brenta (PD), c’è solo da prendere e muoversi. Quarantanove anni dalla fondazione, quarantadue dall’esordio, e già da qualche lustro nella leggenda.

Inutili i paragoni con band come Rolling Stones e Aerosmith, anche loro in tour quest’anno e anche loro di passaggio in Italia per raccogliere quanto senimato in decenni di glorioso rock. Perchè è vero che il concerto della band tedesca è stato meno dinamico ed esplosivo di quello di Steven Tyler e soci, e sicuramente il coinvolgimento della platea è stato più lieve rispetto a quello riscontrato al Circo Massimo, ma la verità è che la realtà degli Scorpions è leggermente diversa. Il loro è sempre stato un hard rock da adulti, consapevole, un hard & heavy preso per la gola fin dalla sua genesi. Oltre ad un arsenale di ballate rock da far invia a qualunque altra grande band.
Il pubblico è facilmente descrivibile in questi termini: una folla in festa, felice di assistere nuovamente – o per la prima volta – allo show di questi rocker che pur non arrivando da un paese anglosassone (e ogni tanto questo aspetto viene davvero sottovalutato) hanno influenzato la scena musicale mondiale per generazioni, vendendo oltre 100 milioni di dischi. Una festa dunque, sì, però fatta di adorazione e sorrisi, piuttosto che di adrenalina e furore. L’inizio è affidato a “Sting in the Tail”, titletrack dell’ultimo album in studio degli Scorpions, risalente al 2010, e la sorpresa è che a quindici anni dall’ultimo vero concerto in Italia, con un pubblico dall’elevata età media, il sing-along c’è anche sul materiale recente ed è incoraggiante. Questo dimostra che l’affetto dei presenti non si è fermato al periodo d’oro, cosa mai scontata. Si passa poi ai primi classiconi “Make It Real” e “The Zoo” ed è rassicurante sentire come la voce di Klaus Meine si sia preservata, anche se ai più smaliziati non possono sfuggire i trucchi del mestiere che gli permettono di andare sul sicuro. La scelta è quella di restare fedeli ai brani originali, senza però esporsi più di tanto, discutibile per chi dai live ha altre pretese, ma senza dubbio efficace. Per il resto qualche “We love you Padova” di troppo, e qualche ritornello in meno, ma classe a palate.

Rudolf Schenker, membro fondatore e principale compositore della band, merita poi un discorso a parte. Senza dubbio è il personaggio più carismatico, il leader scenico che si fa una risata sui suoi 66 anni suonati e corre come un matto dall’inizio alla fine. Eppure oggi più di allora c’è qualcosa che collide leggermente tra la sua esuberanza e il resto della formazione. Da un lato dei musicisti che riproducono con precisione il proprio repertorio ricorrendo alle stesse contenute movenze che si ripetono sistematicamente, dall’altra un chitarrista che imbraccia uno strumento con una marmitta fumante saldata ad esso, in canotta leopardata e cappelli appariscenti. Ed è solo con il suo animo frenetico che ha senso un palco e un impianto luci così imponente, poco affine al già citato “rock da adulti”.
L’unico vero rammarico è che James Kottak non possa prendere posto alla sua batteria, rimpiazzato da Johan Franzon. Un buon mestierante, che però forse guardando gli ultimi show dei Black Sabbath ha creduto di essere Tommy Clufetos, cimentandosi in un drum solo soporifero e privo di qualunque fascino.

La scaletta trova nei meravigliosi pezzi lenti – come “Send Me an Angel” e “Holiday” – i momenti più emozionanti, con i cori più sentiti della “serata”, per poi tornare a dar lezione di attitude con brani del calibro di “Hit Between The Eyes” e “Big City Nights”. Insomma, tanta classe, tanto mestiere, tanta riverenza. Però se oltre quindicimila persone sono accorse a Piazzola sul Brenta è anche e soprattutto per l’encore, che racchiude in tre brani il meglio che il concerto possa offrire: “Still Loving You”, “Wind of Change” e “Rock You Like a Hurricane”. Frammenti di storia in saccoccia, e ancora tante toppe sui giubbotti di jeans italiani.

Foto di Nicola Lucchetta

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