Skrillex Magazzini Generali Milano 19 novembre 2013

concerto-Skrillex-milano-2013

Fino a pochi minuti prima dell’inizio del concerto di Skrillex ai Magazzini Generali di Milano, prima di quattro esclusive tappe nei club europei, ritenevo Sonny Moore un musicista che aveva fallito come frontman post hardcore (le sue prime due pubblicazioni ufficiali le fece con i From First To Last) e riuscito a riciclarsi miracolosamente nella scena elettronica. Dopo i novanta minuti di esibizione il giudizio è diametralmente opposto: l’artista californiano è una persona che ha sì avuto la fortuna nel cogliere il trend del momento ma sa suonare. E come sa suonare..

Nell’undicesimo show italiano in circa tre anni, Skrillex propone una serata che è un mashup tra cultura pop, brani altrui più o meno recenti e il suo repertorio, stravolgendo letteralmente anche le canzoni più note, integrato da una manciata di inediti. Un vero e proprio esempio di una ben gestita situazione live che, oltre a non accusare alcun calo di tensione in un’ora e mezza, vede raddoppiarsi la durata di tracce come “Bangarang” e “First Of The Year (Equinox)”. Il tutto supportato da Confetti lanciati sul pubblico già dal primo pezzo, giochi di luci che hanno coinvolto l’intero locale e un enorme pannello led nel quale vengono trasmessi video e riprese live.

Skrillex è figlio della cultura pop moderna e lo dimostra trasmettendo spezzoni di videogames, una citazione del film Ralph Spaccatutto (la colonna sonora include un suo pezzo), di Jurassic Park (con tanto di primo piano di Jeff Goldblum) e la spassosa parodia indiana del video di Thriller di Michael Jackson. Inoltre gioca la facile carta di citare pezzi di altri artisti, seppur con risultati altalenanti: la calma piatta durante Holy Grail, collaborazione tra Jay Z e Justin Timberlake, è stata comunque ampiamente compensata dal boato con il quale un locale sold out ha accolto Sabotage dei Beastie Boys.

Difficilmente Skrillex diventerà un’icona globale capace di vendere milioni di singoli sulla fiducia come un Guetta o un Calvin Harris. Ma una cosa è certa: questo ragazzo made in punk dalla voce insopportabile (unico suo difetto, sia chiaro) ha quella marcia in più, quel quid, che giustifica l’enorme successo ottenuto in così poco tempo. Un nome che, in ogni caso, dimostra il suo talento più dal vivo che su disco. Che alla fine è la cosa che più conta.


Condividi.