Slayer – Alcatraz, Milano 29 giugno 2010

 

I molti delusi dalla prestazione di Araya e compari in quel del Sonisphere svizzero avrebbero dovuto essere presenti al primo show milanese della band losangelina. Perché gli Slayer hanno dimostrato di essere ancora una macchina da guerra e di saper ancora come si mette a ferro e fuoco un locale. Sottolineo che, fra i delusi, io ero uno dei primi. Sarà che a Jonschwil i suoni erano stati tutt’altro che perfetti, per usare un eufemismo (andavano e venivano in modo inspiegabile, a mo di folate di vento, e la batteria opprimeva tutto), sarà che la preoccupazione maggiore era evitare un bagno di fango integrale (più che per un festival di vecchie glorie del thrash anni Ottanta, la location risultava ideale per un’esibizione di gruppi sludge), sarà che kermesse di questo tipo sono più dispersive…fatto sta che per molti l’impressione è stata quella di trovarsi di fronte a quattro tizi privi della vecchia foga assassina, quasi pacificati e soddisfatti di svolgere un compitino senza picchi né pecche. Un po’ come il Federer degli ultimi tempi, se vogliamo utilizzare un paragone sportivo (e svizzero).

In casi come questi, però, rendersi conto di aver sbagliato e di aver preannunciato il declino dei Nostri in maniera troppo precipitosa è davvero piacevole. Ed è sicuramente valsa la pena aver aspettato più di sei mesi per assistere ad un concerto che è stato rinviato per ben due volte, causa i noti problemi di salute di Tom. Lo si è capito subito, dalle prime note di “World Painted Blood” sputate dagli amplificatori dell’Alcatraz.

Prima, però, due parole sui The Haunted, opening act della serata, i quali hanno suonato di fronte ad un locale già piuttosto affollato, ma non ancora del tutto gremito. Il complesso nato dalle ceneri degli At The Gates dimostra la consueta ottima tecnica e una potenza sonora davvero notevole. Il problema degli svedesi, però, è sempre il solito: poca varietà nel songwriting, che li porta a comporre pezzi molto, troppo simili l’un l’altro; una monotonia di fondo che, ancor più che su disco, rivela tutti i limiti della band soprattutto in sede live. Fossero un po’ più fantasiosi avrebbero già spiccato il volo, invece rimangono un discreto gruppo di genere e nulla più. In ogni caso, c’è chi apprezza e chi preferisce farsi una birra, aspettando il ‘main event’.

Che arriva con perfetta puntualità. Certo, così come in Svizzera, fa sempre effetto vedere Araya immobile e costretto a rinunciare a qualsiasi accenno di headbanging. Tuttavia sin dal saluto iniziale, in italiano, del cantante stesso (che è suonato, più o meno, come “tuto beni?”), è parso subito di vedere la band felice di esibirsi in un locale al chiuso, in grado di esaltare ulteriormente la ferocia dei quattro. Nel corso dello show saranno molti i ringraziamenti ai fan per essere venuti. Ecco, lo show: cosa c’è da aspettarsi, di diverso, dagli Slayer? Nulla, e infatti il loro concerto è stato come centinaia di altri, di quelli buoni però. Rispolverata la consueta cattiveria, il quartetto è stato protagonista di una performance serrata e compatta, come ai bei tempi: Hannemann e King hanno lacerato l’udito dei presenti con le loro asce, Araya ha cantato in modo perfetto, e Lombardo si è confermato la solita macina inumana, potentissimo e allo stesso tempo di una precisione millimetrica. Ogni volta che si assiste ad una sua esibizione, si rimane perplessi ed ammirati di fronte alle capacità ed al talento di questo grande musicista, in particolare per la perfetta coesistenza di tocco e pesantezza; insomma, la mano di Dave “po’ esse fero e po’ esse piuma”, per dirla con Mario Brega. Incredibile. Poco altro d’aggiungere, tutto come da copione Slayer. Wall of sound imponente (i suoni non erano perfetti, ma rispetto al Sonisphere non c’è stato paragone) e tanta grinta, per quasi un’ora e mezzo di musica con poche interruzioni e senza cedimenti, il che, per una proposta sonora come la loro, è davvero parecchio, considerata anche l’età dei ‘ragazzi’. Ottima anche la setlist: è mancata “Dead Skin Mask”, in compenso ci sono state alcune chicche notevoli, “Aggressive Perfector” su tutte.

L’augurio è di poterli rivedere così ancora a lungo, il rimpianto è quello di non aver potuto essere presenti per la seconda serata, in cui hanno suonato tutto “Seasons In The Abyss”. Peccato.

Setlist: World Painted Blood – Hate Worldwide – Cult – Disciple – Expendable Youth – War Ensemble – Jihad – Beauty Through Order – Payback – Seasons in the Abyss – Hell Awaits – Mandatory Suicide – Chemical Warfare – Raining Blood – Aggressive Perfector – South of Heaven – Silent Scream – Angel of Death

Stefano Masnaghetti

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