Sonisphere Festival 2010 – Knebworth (UK), 30 luglio-1 agosto 2010

Tenevamo molto a coprire questo festival. È stata un’impresa anche solo esserci come operatori del settore ma l’esperienze del Sonisphere inglese del 2010 ci ha ripagato in pieno di tutti gli sforzi fatti.

Online approfondimenti, le amatorialissime foto scattate orgogliosamente ‘in da crowd’ e le clip video relative alla kermesse tenutasi vicino a Londra che trovate di seguito.


Festival voto 9: la bill era da fantafestival, un numero elevatissimo di grandi nomi della scena rock e metal vecchio stile e contemporanea che ci affascinava da mesi. Non c’è stato un gruppo di quelli che abbiamo seguito che abbia deluso le aspettative, i suoni sono stati ottimi su tutti gli stage (S E I palchi, una cosa da mal di testa), orari rispettati, organizzazione impeccabile, stand gastronomici e aree relax in ogni dove, acqua gratis per chi voleva riempirsi le bottiglie (di plastica, entravano senza problemi) e file solo per andare nei bagni chimici (perdonateci, questi non li abbiamo controllati uno per uno). Atmosfera da grande festival, security di una cordialità e di una gentilezza raramente osservate, meteo clamorosamente adatto (nuvoloso quasi sempre con in totale 15 minuti di pioggia leggera nell’arco dei tre giorni, forse faceva un po’ freddo alla sera ma poca roba) per godersi appieno gli spettacoli dalla mattina. Guest area attrezzata e commisurata agli ‘invitati’ presenti, media zone probabilmente troppo risicata ma comunque utilizzata anche nelle sue zone esterne. Una bella iniezione di fiducia dopo i clamorosi dubbi che ci aveva lasciato l’edizione svizzera. Affluenza record (quasi 60mila persone ogni giorno secondo l’organizzazione, noi diciamo sicuramente 60mila sabato e domenica, ndr) e la certezza che il Download Festival e il Rock Am Ring/Im Park abbiano trovato un nuovo agguerrito rivale solo dopo due edizioni di Sonisphere appunto…

Europe

Europe voto 7: il vero inizio del festival dopo un warm up poco significativo firmato Delain e Turisas. Tempest sta bene e la band è ovviamente rodata. Il vero pandemonio arriva solo su “The Final Countdown”, la platea deve ancora carburare. Garanzia.
Gary Numan voto 7.5: una sorpresa per il sottoscritto, Gary Numan riversa il proprio peso storico su un pubblico probabilmente non pronto a riceverlo. Tuttavia col passare dei minuti lo show prende quota e su “Cars” assistiamo al secondo highlight del fest dopo il Countdown. Stagionato ma agguerrito.
Alice Cooper voto 8.5: ha portato tutti i suoi gingilli e magheggi zia Alice, non ha lasciato niente al caso e si è piazzato nei posti più alti della classifica. Aprire un set con “School’s Out” (che lo ha anche chiuso), “No More Mr. Nice Guy” e “I’m 18” significa conquistare anche i cuochi thailandesi del baracchino in fondo a destra. Immortale.

Gary Numan

Alice Cooper

Family Force 5 voto 7: mentre camminiamo verso l’area concerti sbagliando pure strada (colpa del sonno), ci ascoltiamo compiaciuti la proposta estremamente crossover e rap-metal di questa band emergente. Tiro non da poco e nome da seguire. Groovy.
Lacuna Coil voto 7.5: nonostante ci confesseranno loro stessi di aver temuto di esibirsi davanti a pochi intimi vista l’ora, il set della band italiana ha coinvolto migliaia di fan arrivati sotto il palco principale. Volume ottimo e nitidezza dei suoni totale, successo ed ennesima dimostrazione di personalità e professionalità. In Italia ai festival magari prendono pure qualche bottiglia, qui solo tanti, tantissimi applausi. Coriacei.
Soulfly voto 6.5: aveva pochi minuti a disposizione Max Cavalera, decide quindi di puntare sulle legnate e sui pezzi più conosciuti (inclusi “Refuse, Resist” e “Roots Bloody Roots”) come “Eye For An Eye” e “Back To The Primitive”. Compitino, ma il pubblico apprezza eccome. Generatori di pogo.
Anthrax voto 7.5: ed eccoci a una delle sorprese della tre giorni. Che Ian e compagni spacchino è assodato, ma che Joey Belladonna sfoderasse una prestazione vocale clamorosa è qualcosa che davvero in pochi si aspettavano. Acuti al momento giusto e una gran forma fisica fanno tornare indietro la band di vent’anni, lacrime inevitabili su “Metal Thrashing Mad”. A quanto pare, come assicurato dallo stesso Scott in conferenza poche ore dopo, Belladonna canterà sul nuovo disco che vedrà finalmente la luce dopo una gestazione infinita e troppi cambi di rotta. Stabilizzati?

Fear Factory voto 6.5: B.C. Bell sembra uno che soffre di anoressia circondato com’è ora dai cicciosissimi Cazares, Stroud e Hoglan. La fabbrica paura non la fa più da qualche anno, quando però partono “Shock” e “Demanufacture” non c’è freno inibitorio che tenga, e nel nome del cyber metal ci immoliamo felici sotto le ritmiche storiche di Dino. Extralarge.
Papa Roach voto 7: nonostante segua la loro perfomance da lontano cercando di respirare all’ultra affollata conferenza di cui sopra degli Anthrax, Jacoby e compagni si confermano band da festival. Si salta come dei dannati sotto un sole che una tantum picchia di brutto. Certo, tra “Last Resort” o “Gettin’ Away With Murder” e “Hollywood Whore” di acqua ne è passata sotto i ponti. Commercialmente sarà stato anche un bene per loro, qualitativamente… Trascinatori.
Good Charlotte voto 6.5: temevo la bottigliata generale, invece il pubblico UK mi ricorda di non essere nei patri confini. I Charlotte oltretutto per non rischiare, sparano la distorsione a livelli incredibili e si fanno amici i metalloni che attendono i Rammstein riempiendo di complimenti le inglesi lì davanti che ricambiano mostrando le grazie. Pop punk innocuo che però fa battere il piedino. Marpioni.

Skunk Anansie

Skunk Anansie voto 8.5: una delle reunion più genuine e meglio riuscite della storia recente. Skin e i ragazzi fanno veramente paura sul palco per l’energia che ci trasmettono pezzo dopo pezzo. A settembre uscirà un disco nuovo (che abbiamo ascoltato settimana scorsa ma non potremmo dirvelo…, ndr) e il pubblico è in adorazione mistica per una delle voci femminili migliori degli ultimi anni. Conquistatori.
Sick Of It All voto 7.5: sotto il tendone del Bohemia stage, si consumano tre quarti d’ora devastanti per fisico, mente e respirazione. I Sick Of It All non devono dimostrare niente a nessuno, infatti devastano tutto rilasciando su Knebworth una dose di NYC Hardcore da strapparsi i capelli. Letali.
Corey Taylor voto 6.5: da solo con una chitarra acustica, Corey Taylor regala ai propri (numerosissimi) fedeli una quarantina di minuti intimi e densi di emozioni. Magari non tutti i convenuti sanno chi sia il Johnny Cash a cui Corey in avvio di set tributa una cover (l’esibizione era basata sulla rilettura di brani degli artisti che maggiormente hanno segnato il cantante di Slipknot e Stone Sour, ndr), ma sanno benissimo che Taylor è uno dei personaggi simbolo del nuovo millennio del rock. Che poi in fin dei conti questo set sia anche un po’ noioso è un altro discorso, da segnalare comunque la dedica di Corey al recentemente scomparso Paul Gray, qualcuno (prime file e crew stessa) non ha trattenuto le lacrime. Promessa (mantenuta).
Placebo voto 7: acclamati da una folla discreta, i Placebo hanno seguito la strada tracciata dai Good Charlotte, ovvero distorsione più alta possibile e impatto il più possibile in your face anche sui loro maggiori successi pop rock. Scelta apprezzata e supportata anche da chi tra il pubblico aspettava solo i Rammstein; mezzo voto per la cover di “All Apologies” dei Nirvana. Onesti.
Motley Crue voto 7: possono anche essere sempre più bolsi e stanchi, ma il pubblico per un concerto dei Motley Crue non mancherà mai. Vince Neil e soci si aiutano con qualche fuoco d’artificio e regalano una setlist greatest hits oramai rodata. Nessuna sopresa, ma “Girls Girls Girls” come la fanno loro, vale da sola il prezzo del biglietto. Icone.
Gallows voto 6.5: idoli dei più giovani e attesi da diverse ore dagli stessi abbarbicati alle transenne del Bohemia Stage. I Gallows non inventano nulla ma impressiona la simbiosi totale col proprio pubblico, al punto tale che il body surfing lo fa anche un ragazzo in sedia a rotelle…miracoli della musica heavy. Emergenti.

Rammstein

Rammstein voto 8.5: come già ribadito in occasione dello show al Rock Im Park, la migliore band pesa che si possa attualmente vedere su un palco. Gli inglesi vanno fuori di testa anche se la megabandierona tedesca che apre le danze gli ricorda recenti tragedie calcistiche. La setlist è sempre quella, i giochi pirotecnici stupiscono sempre e le fiammate sono sempre più calde. Sempre tra i migliori in qualsiasi bill di festival a cui partecipino. Imponenti.
Therapy? voto 9: non sazi dello spettacolo Rammstein, Knebworth si concentra (al punto tale che la sicurezza deve serrare gli accessi per evitare eccessivo sovraffollamento) nel Bohemia Stage. I Therapy? questa sera sparano tutto “Troublegum”, loro disco simbolo del 1994, per celebrare il loro ventennale. Come discusso insieme a Michael McKeegan bassista fondatore, questo è un regalo che la band vuole fare a chi li ha sempre seguiti a prescindere dalle alterne fortune vissute in campo commerciale. La tensione e i volumi sono talmente alti che salta l’impianto per ben due volte durante “Knives”, clamorosa opener di show e disco. Tuttavia al terzo tentativo tutto fila liscio e i tre, che non hanno perso il sorriso e la voglia di ringraziare una platea che perdona senza problemi qualsiasi inconveniente, si scatenano del tutto per una serata da ricordare negli anni a venire. Sottovalutati, ma questa sera eroi.

Bring Me The Horizon

Alice In Chains

Iggy & The Stooges

Iron Maiden

Henry Rollins Spoken Word voto 7: ovvio che se non ti piace lui, non ti può piacere nemmeno un sermone concentrato più su temi sociali rispetto a quelli musicali…tuttavia c’è Henry Rollins e quindi lo andiamo a sentire. Approfondiremo maggiormente l’argomento con un articolo più minuzioso, per ora ha ragione lui. Indiscutibile.
Dir En Grey voto 6.5: se hanno sotto il palco un’orda di fans letteralmente impazziti/e avranno le loro buone ragioni. Parecchio stupore intorno alla proposta dei giapponesi, impossibile apprezzare del tutto la prestazione on stage dei cinque senza conoscere un minimo le canzoni. Loro comunque ce la mettono tutta e saltano come dei disperati. Generosi.
Slayer voto 7.5: avevamo bisogno di sentirli con un volume mostruoso e una qualità sonora eccezionale per convincerci del tutto che Araya e compagni fossero ancora delle macchine da guerra. Accontentati, poco tempo e niente “Postmortem”, “Chemical Warfare” e affini, ma tanto thrash tritaossa e una prestazione convincente. Pellacce.

Bring Me The Horizon voto 6.5: nuove generazioni crescono, si scontrano anche verbalmente e la band si prende un delizioso misto di milk shake e mostarda che il guascone Oli Sykes apprezza. Complessivamente si fanno onore i ragazzi, testa bassa e metalemocore a manetta per un’abbondante platea che scatena il finimondo sotto lo stage. Sbarbati.
Alice In Chains voto 8.5: questi non sbagliano mai una data. Sempre compatti, spietati e dannatamente groovy. Abbiamo parlato spesso degli Alice quest’anno, non ci dilungheremo oltre. Ancora una volta impeccabili e dotati di uno dei sound migliori della storia della musica pesante dagli anni novanta in poi. Garanzia.
The Cult voto 7.5: li aspettavano in migliaia e Ian Astbury non ha deluso le aspettative. Addirittura alcuni uomini della sicurezza sfruttano la pausa pranzo spostata ad hoc per vederli. Quintali di attitudine e uno status da icone che nessuno gli tirerà mai più via. Faranno un nuovo disco e Ian saluta pure dicendo “arrivederci” a una Knebworth adorante. Rockstars.

Converge voto 7: lontani anni luce da quanto succede alle loro spalle (suona la band di “She Sells Sanctuary”), i Converge sparano il loro postcore su pochi ma buoni convenuti (e su alcuni ignavi che attendevano i Funeral For A Friend spazzati via dal circle pit) dimostrandosi ancora delle solide realtà nel proprio genere. Furiosi.
Pendulum voto 9: eccoli gli altri outsider. Un enorme party elettro – techno – rock – prodigy – drum n bass si sviluppa sul main stage. Increduli anche molti metalloni duri e puri bardati in bandiere maideniane. Impossibile rimanere fermi di fronte all’esibizione dei Pendulum, anche Anders Friden degli In Flames è passati a sparare qualche growl insieme a loro (su “Self vs Self”), così era da quelle parti… Vero, giocavano in casa, ma un’adrenalina simile sarà superata nella tre giorni soltanto da un altro act. Spaventosi.
Iggy & The Stooges voto 10: suonerà retorico quanto volete, ma c’è poco da fare quando la Storia del Rock calca un qualsiasi palco. Iggy con i fidi Stooges vince per distacco e mostra a tutti cosa vuol dire fare del Rock uno stile di vita. Suonano quasi tutto “Raw Power”, Iggy invita le prime file a invadere il palco (“ehi security levati dalle palle e lascia che i ragazzi crescano”), si butta per terra e sputa al pubblico (“poi spiegate ai più giovani cosa vuol dire”) come se niente fosse e gode tantissimo nel farlo. A 63 fottuti anni. Dietro di lui una band che non sente il passare degli anni e non si ferma un minuto. Leggendari.
Iron Maiden voto 6.5: mi costa tantissimo dare un voto così basso a quella che è a conti fatti la band della mia vita che seguivo per la dodicesima volta on stage. Tuttavia è impossibile non considerare quella che è la realtà delle cose: hanno suonato benissimo come sempre, il nuovo disco sarà una buona sorpresa per molti e contiene spunti inaspettati e validissimi, ma con una setlist (coraggiosissima, tanto di cappello per questo) basata su “Brave New World”, “Dance Of Death” e “A Matter Of Life And Death”, il coinvolgimento del pubblico (che li ha comunque acclamati dall’inizio alla fine) è stato meno colossale di quanto era lecito aspettarsi. “Wrathchild”, “Fear Of The Dark”, “Iron Maiden”, “The Number Of The Beast”, “Hallowed Be Thy Name” e “Running Free” i classiconi dati in pasto a una folla affamata di storia, che ha sopportato anche le alla lunga poco consistenti o peggio ripetitive “Dance Of Death” (titletrack), “Blood Brothers” (dedicata da Dickinson a Ronnie James Dio), “These Colours Don’t Run”, “No More Lies”, “Brave New World” o “Wildest Dream”. Non è tanto la scelta di proporre materiale dal decennio più recente contro cui puntiamo il dito, più che altro non è stata felice la scelta stessa dei brani: una “The Longest Day” piuttosto che “Montsegur” avrebbero dato una minima variazione ritmica e strutturale a una scaletta che ha accusato dei pesanti momenti di calo specialmente nella sua fase centrale. Prestazione da 8, scaletta da 5. Intoccabili, comunque immensi ma anche, in questo caso, dannatamente ripetitivi.

Condividi.