Sophia – Musicdrome, Milano 7 Ottobre 2009



Robin Proper-Sheppard è uno dei più grandi.
Puoi metterlo sul palco minuscolo della Casa139, solo con la chitarra acustica, e riuscirà a tenere la tua attenzione viva dal primo all’ultimo minuto, dandoti nel frattempo anche lezioni di malinconia ed intensità: chi c’era, quella sera di due anni fa, non può che confermarlo.
Puoi ascoltarlo in loop sdraiato sul pavimento di camera tua e pensare che sia lì, e raramente troverai nell’indie un fantasma più vicino, tangibile ed umano di lui.

 

Oppure puoi portarlo a suonare nel più brutto ed impersonale Musicdrome, con i Sophia al completo, un quartetto d’archi e persino il talentuoso Anthony Molina dei Mercury Rev, e quello che ne verrà fuori ti darà comunque la sensazione che Robin stia cantando solo per te, per i tuoi amori distrutti, per la tua vita triste che solo lui può confortare.
L’empatia che si crea fra il fan medio dei Sophia ed il suo Proper-Sheppard durante un concerto è qualcosa di raro: il concetto di pubblico sparisce, ci si trova di fronte ad una moltitudine di singoli che fluttuano a livelli diversi di estasi senza mai sfiorarsi, ognuno perso in se stesso, ognuno convinto che ogni parola, ogni accordo, ogni silenzio,  siano solo per lui: magia del Sad-Core.

Questa sera il sound dei Sophia è per forza di cose virato verso l’idea di un concerto cameristico, imperniato su “There Are No Goodbyes” ed in particolar modo su The Valentines Day Session, vista la presenza di un quartetto d’archi sul palco.
L’apertura tocca alla malinconia di “The Sea” e “Swept Back”, che sfociano nel mantra di Signs, forse il pezzo più bello di tutto “There Are No Goodbyes” insieme all’acustica Dreaming, stasera.
Si continua poi con un’alternanza fra i pezzi dalle radici più rock (fra cui spiccano Oh My Love, Pace e la nuovissima Obvious) ed arrangiamenti minimali costruiti sugli archi in una dimensione intima e posata, ma mai priva di quella tensione che pervade tutto il concerto, alimentata da un’alternanza straniante di piani sussurrati e forti che sembrano esplosioni.

Il bis implode chiudendosi nel silenzio, presenti sul palco solo gli archi e Proper-Sheppard finalmente nudo, che evoca tre dei suoi fantasmi più simbolici in un’unica sequenza finale: So Slow, il suicidio, Lost, la madre morta di cancro, e Directionless, la figlia di dodici anni ora, che all’epoca ne aveva uno: “L’ho suonata veramente poco nella mia vita, sarà dieci anni che non la faccio, quindi registratela, mettetela su Youtube, perché non la sentirete mai più”.

Francesca Stella Riva

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