St. Vincent, il report del concerto a Milano del 17 novembre 2014

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La aspettavamo al varco, St. Vincent, in concerto all’Alcatraz di Milano il 17 novembre 2014. Dopo la collaborazione con sua altezza David “Talking Heads” Byrne, che ha fruttato l’ottimo disco “Love This Giant” e il conseguente tour, e dopo l’ancor più convincente quarto lavoro omonimo, non si vedeva l’ora che tornasse dalle nostre parti, questa volta non accompagnata. E non ha affatto deluso le aspettative.

La bravura di Annie Clark sta nel far sembrare naturali elementi che non lo sono affatto, come gli inaspettati arrangiamenti, o come le sue movenze sul palco che già ci aveva mostrato nel tour con Byrne. La musicista statunitense lavora sulla sua performance e sulla sua gestualità da un punto di vista teatrale. Ogni movimento è scomposto e meccanicizzato secondo imprevedibili coreografie, trasmettendo l’idea che davanti a noi ci sia una marionetta mossa da invisibili fili. Se non fosse che Annie è talmente magnetica e carismatica da catturare completamente ogni briciolo di attenzione. I nostri bulbi oculari le si attaccano addosso quando inizia la sua personale rappresentazione con “Rattlesnake”, e non l’abbandonano più. In un paio di occasioni si ferma a elencare le cose che secondo lei abbiamo in comune: sia noi che lei ci siamo lanciati dal letto armati di lenzuolo, anelando al volo; sia noi che lei almeno una volta siamo stati scambiati per ladruncoli in qualche farmacia. E, niente, pendiamo dalle sue labbra con lo sguardo fisso, siamo ipnotizzati. A malapena battiamo le palpebre. Così come quando, sempre imbracciando la chitarra, ci delizia con “Every Tear Disappear”, “Marrow” o “Birth In Reverse”. Ogni tanto qualcuno si scuote dal torpore giusto il tempo di gridarle dichiarazioni d’amore tanto sincere quanto estemporanee – “We love you!” oppure “Sposami!”.

Non so chi l’abbia gridato, ma non possiamo che annuire. St.Vincent canta i suoi brani con voce precisa e pulita, in aperto contrasto con il suono fuzzato dello strumento che tiene in mano. Non una sbavatura, e la sua pallida bellezza non è che un’aggravante per la sua bravura. Mi chiedo quali lamentele potrebbero avanzare eventuali detrattori. Forse che risulti fredda e distante? Potrebbe essere. La musica della signorina Clark arriva prima al cervello che al cuore, per apprezzarla è necessario prima di tutto assecondare l’intricato gioco della rappresentazione. Ma l’anima viene fuori eccome, in particolare quando si riversa sulla chitarra durante le numerose parti strumentali al limite del noise, ancora una volta, con naturalezza. Se possiamo concordare che l’autenticità è di per sé un valore, possiamo anche convenire che non è l’unico. L’approccio al palco di St.Vincent è figlio di una ricerca nevrotica e teatrale che, una volta accettata dallo spettatore, si rivela molto più autentica dello show di molti suoi colleghi e colleghe. La talentuosa personalità di Annie si manifesta puntualmente nell’interpretazione e mi chiedo quando tempo passerà prima che qualche regista se ne innamori e decida di metterla alla prova in altri campi, diversi da quello musicale. Ricordatevelo quando leggerete il suo nome sul cartellone di qualche film presentato al Sundance o a qualche festival simile.

Soltanto quando si riaccendono e luci dopo la chiusura con “Your Lips Are Red”, sembra venir meno la maschera di St.Vincent e Annie Clark può rilassarsi in un sorriso di gioia mentre ci saluta. E noi non possiamo che fare lo stesso, mentre qualcun altro ci riprova: “sposami!”.

Tommaso Cazzorla.


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