Steve Turre & Marco Marzola Trio – Casa del Jazz, Roma 16 aprile 2011

C’è qualcosa di piacevolmente essenziale, di felicemente sobrio in questa serata. “I love beautiful melodies” è l’esordio, di un’innocenza quasi sconcertante, col quale Steve Turre ci propone “Misty”; così le splendide note di Erroll Garner (1921-1977) scorrono regali e solenni, sorbite, decantate una ad una come un brandy d’annata.

Turre (1948, Nebraska) è imponente, certamente sovrappeso, ma tutto sommato porta bene i suoi anni. C’è, infatti, qualcosa di sognante, nel suo sguardo, quando cerca il suono perfetto dal suo trombone, oggetto che maneggia con delicatezza. Ancor più attenzione fa quando comincia a tirar fuori le sue conchiglie. C’è molto amore in questo gesto, in queste grandi mani che sollevano con dolcezza queste cose fragili e bianche che iniziano a vibrare.

C’è molta tradizione in Steve Turre  che, ci garantisce, “you can’t loose with blues”. Forte di questa incrollabile certezza e di un curriculum che lo ha visto suonare con Ray Charles, Carlos Santana, Roland Kirk, Tito Puente  e via dicendo, ci propone “Squeego”, poi “Luna” (due composizioni originali), poi “United” di Wayne Shorter (un bel 6/8 ottimamente gestito, anche nelle dinamiche, da Dion Parson).

Brother Ray” è, appunto, omaggio al blues e a Ray Charles al quale segue il brano “Blackfoot” dagli ampi riferimenti al bebop, con un metronomo che non scende sotto i 220 e che mette in evidenza anche la notevole preparazione della band, sempre molto efficace nel recepire gli stimoli del leader.

Una serata piacevolissima che ripropone la Casa del Jazz come luogo che anche gente come Turre ci invidia. Ce lo ha confermato ieri sera: in New York City non c’è un posto così bello, con un suono così perfetto.

Una volta tanto ci sentiamo orgogliosi di essere italiani e, consentitemelo, di essere romani.

Dalla Casa del Jazz buona serata a tutti.

Steve Turre trombone, conchiglie
Nico Menci pianoforte
Marco Marzola contrabbasso
Dion Parson batteria

Marco Lorenzo Faustini

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