Swans, il report del concerto a Roma dell’11 ottobre

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I Love You
Firmato Michael Gira.
Chi si è affacciato al banchetto degli Swans, allestito nella sala B del Circolo degli Artisti di Roma, avrà letto questa dichiarazione d’amore. Anche chi indossava la maglietta con su scritto “You people make me sad”. Del resto i cigni se l’erano ripromessi: “To be kind” – Essere gentili.
Ma la mia è solo una ricostruzione, perché quando si sono aperte le porte della sala B, io ero sotto il palco della sala A. Pharmakon mi aveva già avvolto attorno il cavo del microfono trascinandomi in giro fra la gente, parte integrante del suo set drone/industrial fatto di urla lacerate, appelli svuotati di qualsiasi appiglio o punti di ritorno. L’ho solo fissata, mentre la sua voce scavava; o meglio, rampicava i muri del rumore. Riecheggiava in sale strette e lunghe. E i tasti delle sue macchine? Quelli della sedia elettrica, o delle bombe atomiche.
Fra il pubblico molti artisti – lapalissiano, giacché siamo al Circolo. Margaret lascia il palco, e la musica d’intrattenimento, che com’è d’uso dà suoni all’attesa, si fa un tutt’uno con la lunghissima intro per l’avvento dei Cigni. Piatti e gong ribollono. Christopher Hahn entra masticando nervosamente.
Luci. Appare Gira. D’un tratto il basso. E la mia coscienza è scioccata, lobotomizzata da una forza d’urto che è – e sempre sarà – l’essenza della musica: il suono, particelle in movimento.
(Non si può dire che i Cigni non pensino alla nostra salute. Mezz’ora: tanto c’è voluto per preparare le nostre orecchie. Qual vanità!)
Perché in fondo Gira ci vuole del male. È gentile, ma non indulge quando abita il palco. E il sangue, sul fortissimo, non esita a scorrere dai timpani – la perdita di coscienza ha introdotto reazioni psichedeliche, non v’è dubbio. La tristezza diventa rabbia. Ira. D’un tratto un preciso accordo, e inizio a vibrare tutto. C’è un gran casino, ma “Mr. Franky doesn’t care”. Non gli importa delle reiterazioni, dell’eterno ritorno di note e parole.
Il basso ci riporta di nuovo sulla Terra – questo pianeta. E torno a constatare che Gira è umano: anche lui chiama il 4 al batterista. Per chiamare la fine del mondo. E il mondo finì. O forse s’è sospeso. In quel tempo inenarrabile Gira canta: non ha una voce grave e “tempestosa” – quella del disco. È torva. Gracchia.
Gira balla anche – è sempre più umano. L’ho visto.
O forse invoca. O chiede scusa per il disgusto – almeno uno dei funesti finali dei brani sembrerebbe confermarlo. Subito dopo, qualche parola. Che non ho potuto ascoltare. Solo vedere. E mi distraggo – due ragazze se le stavano suonando a loro volta, forse galvanizzate.
Si è intanto insinuato il sacro, lì dove le anime lacerano l’aria intenta a viaggiare su urla un tempo note come note. Ora, dolori; fitte.
No. Non ce la faccio! Questa musica è offensiva! Deliberatamente offensiva! – Mi tappo le orecchie.
Poi le libero. Dal riparo. Per ascoltare meglio. Monolite acustico, singhiozzante sulle altissime frequenze, come quando c’è tempesta, gli Swans. Le orecchie lacrimano. Gli occhi si chiudono. L’immersione è totale. Se ne perdono le tracce.
– Non c’è respiro. È solo aggressione.
Epilessia. Senza gravità palesi. Semmai latenti.

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Gira beve anche. E beve acqua. E ondeggia, con la sua movenza goffa e lucorescente.
Un grande vuoto, poi osserva il suo batterista fare uno tra gli assoli più difficili e squilibrati mai concepiti. Un perpetuo barcollìo.
Applausi.
Che suonano come un silenzio, una lucidità ritrovata. Poi un lamento, fra i sentieri spezzati e pericolanti. Percorriamo la nenia fino al terrore. Lì dove la solitudine è una scelta, mai una casualità.
Il respiro si quieta, in tempo per l’ennesima tempesta. Una furia lenta e inesorabile. Inderogabile. “Festina lente”, Michael. “Festina Lente, Roma”. Lascia sul campo gli avvilimenti di sempre. Dimentica…
Lo stomaco ribolle – le basse. Gli occhi si svuotano. La fine è lontana, compagni. Gli spiriti nobili dipartono, ascendono. Esalano, per qualche istante. E la musica non canta, non suona. Osserva. Ride al racconto. Ghigna, alle 23:30. Gira si erige a dominatore del caos con gesti e piani e nervosi. Non dirige partiture infernali, no! Qui è tutto reale, tutto reale! Questa è furia umana. Dell’uomo che non è più, che è finito! I suoi resti brancolano in corpi che la scena rende bui, spigolosi, assorti nella vacuità!
Strafottenza! Non c’è altra strada! Niente è nessuno… Il bacio non esiste… È un vomito bilioso…
Epilassi.
O epilogo. I cigni funesti dipartono.

Fotografie di Laura Penna.

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