System Of A Down tour: Download Festival 2011

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Cosa succede quando una delle tue band preferite si esibisce in un gigantesco parcheggio come fosse un teatrino di marionette in playback durante una megasessione di karaoke con quarantamila fan trepidanti, quando è più di un lustro che ascolti e riascolti gli album in estasi sullo stereo di casa tra brividi e occhi lucidi, aspettando impaziente il gran giorno che poi ‘sto gran giorno, alla fine, non si rivela?
Succede che una settimana dopo prepari lo zainetto, prendi il primo aereo diretto a Nottingham (sì, quella dello sceriffo) e ti presenti a uno dei festival europei migliori di sempre: eccoci (nuovamente e un anno dopo) a Donington Park, alla seconda giornata (12 giugno) del Download Festival 2011 per i System Of A Down.

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Location poderosa, organizzazione ineccepibile: baracchini luculliani, giostre vertiginose, palchi allestiti con megacasse e megaschermi saggiamente distribuiti, negozi di stivali, negozi di cappelli, bagni senza code… il paese dei balocchi della musica e del rock. Giornata britannica di sole, hot dog e birra, circondati da una miriade di inglesi accaldati e sbronzi ma dall’accento invidiabile. Inutile stupirsi nell’intravedere Gesù barcollante tra la folla, o Biancaneve extralarge intenta in un pic-nic con due canguri : gli eccessi fanno parte del gioco, ma non è nemmeno raro imbattersi in famiglie al completo con baby rocker per mano alla mamma o sulle spalle del papà.

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Ci piazziamo irremovibili di fronte al main stage, niente scherzi questa volta né alibi: ascoltiamo gli Skindred, gruppo nu metal gallese con spassose influenze raggae. Poi gli Hollywood Undead, rappettari rock dalle maschere cangianti molto godibili e cattivi finché non mostrano la faccia e il loro lato melodico e coccoloso. Poi è la volta degli Skunk Anansie (piuttosto ignorati dalla gran parte dei convenuti), quindi gli Avenged Sevenfold, giovani metallari statunitensi di cui gli inglesi vanno evidentemente ghiotti: cancelli infernali, scheletri della morte, fuoco e fiamme per un’esibizione tecnicamente impeccabile e a tratti coinvolgente (hanno ricordato l’amico e batterista The Rev scomparso nel 2009 con “Nightmare” e “So far away” e accolto i novellini come noi con “Welcome to the family”).

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Finalmente alle 21.30 un telone bianco a noi decisamente familiare con un’inequivocabile scritta grigia nasconde il palco e scuote la folla trepidante. Al ticchettio delle bacchette (già, l’ho sentito!, ndr), le prime assordanti battute di “Prison Song” disintegrano il sipario e danno inizio al delirio: System of a Down, stessa setlist calibrata e devastante di Milano, stessa durata, ma con un’acustica degna delle grandi occasioni, nitida e potente. Un concerto memorabile, un concentrato senza fronzoli di pogo e musica allo stato puro che ha infiammato gli animi e reso il meritato onore alla reunion di una band davvero unica. I Nostri quattro non hanno sbagliato un colpo (e che colpi!), mitragliando senza sosta la folla scatenata con “Needles”, “B.Y.O.B.”, “Cigaro” e incantandola con ballate da brividi come “Aerials”, “Lonely Day” e l’immancabile “Toxicity”. Tankian superbo, Malakian e soci ineccepibili. Il pubblico italiano può vantarsi di conoscere le canzoni molto meglio degli inglesi, fidatevi, ma quello di Donington è stato l’appagante e definitivo riscatto che ogni fan dello stivale avrebbe meritato: uno spettacolo indimenticabile, potente ed emozionante, che ha reso l’esibizione dei SOAD misurata e perfetta sotto tutti gli aspetti.

M.C.

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