The Cure Heineken Jammin Festival 7 luglio 2012

Scritto da Claudia Falzone il 08 lug 2012

L’ultima giornata dell’Heineken Jammin Festival (7 giugno) ha visto The Cure headliner, insieme a New Order, Crystal Castles, Parlotones e Il Cile. Dopo gli All About Kane e i Birds Vs Planes, ultimi due vincitori dell’Heineken Jammin Contest, si parte a bomba con Il Cile, l’unico musicista italiano nella bill della manifestazione. A disposizione dell’artista aretino solo una ventina di minuti, nei quali però dimostra di essere un’ottima promessa nella nuova generazione di autori italiani (ha scritto anche alcuni brani per l’album dei NegritaDannato Vivere”, tra cui il singolo “Brucerò per te”). Setlist composta da 5 pezzi, tra cui “Cemento Armato”, canzone che l’ha fatto sfondare nell’airplay italiano. Se il buongiorno si vede dal mattino, c’è da ben sperare.

A seguire i Parlotones, gruppo sudafricano a metà tra pop rock e indie. Esibizione che dura pressoché tre quarti d’ora, ma che non lascia un segno indelebile. Certo, è difficile entusiasmare sotto un sole che spacca le pietre, ma sebbene siano bravi non stupiscono. Anche il pubblico è lontano dall’essere entusiasta, tanto che nemmeno il ballatone “Goodbyes are never easy” riesce a far breccia. Forse, in una giornata dedicata alle atmosfere new wave, loro non ci azzeccano lontanamente.

Alle 18:00, con un clima ancora torrido, i Crystal Castles, all’anagrafe Alice Glass ed Ethan Kath, calcano la scena in quel di Rho. La Glass ha una voce pazzesca, sembra quasi indemoniata, e i fan la seguono nel suo delirio ballando come in preda ad una scossa elettrica e cantando. Da “Baptism” a “Crimewave” il già nutrito pubblico si muove incessantemente sull’indietronica dei canadesi. La voce di Alice è sempre presente, fino quasi a sovrastare il meraviglioso operato del polistrumentista Kath. L’unico appunto ad un’esibizione di buona caratura  è proprio questo strafare della cantante, ma con quel pubblico e quell’energia è un peccato che si può benissimo perdonare. Scaletta che rappresenta in egual misura entrambi gli album all’attivo del duo, e che riserva come conclusione la fantastica “Not In Love”, originariamente duetto con Robert Smith. Purtroppo, però, per vedere la voce dei Cure dobbiamo attendere ancora due lunghissime ore.

La fibrillazione sale alle stelle in attesa dei supporter più importanti della giornata: i New Order. Riformatosi l’anno scorso, il gruppo è un simbolo della new wave. Sulle note di “Elegia”, tratta da “Low-life” del lontano 1985, si dà vita alla grande festa che ci riporta tutti indietro nel vivo degli anni ’80, seguita da “Crystal“, hit del 2001. Il raffronto fra i due brani, scritti a 16 anni di distanza l’uno dall’altro, conferma la teoria che quando un genere è suonato a livelli magistrali, risulta sempre convincente e mai slegato. Il gruppo inglese è come rivitalizzato, gode di seconda giovinezza. La voce di Bernard Sumner non subisce il passare del tempo e gli altri componenti del gruppo lo seguono a ruota. In tutta onestà, l’assenza di Peter Hook, che a suo tempo aveva pesantemente criticato la reunion dei New Order, non si fa rimpiangere nemmeno per un secondo, tanto Tom Chapman ricopre alla perfezione il posto “vacante“. Nati sulle ceneri dei Joy Division del compianto Ian Curtis, Sumner e compagni non perdono l’occasione per rendere omaggio alla loro vecchia band, reinterpretando “Isolation”.  Un’ora esatta di performance, nella quale non poteva mancare “Blue Monday”, pietra miliare degli eighties sulla quale tutti abbiamo ballato. I brividi sono riservati alla conclusione, con una versione da pelle d’oca della canzone simbolo dei Joy Division: “Love Will Tear Us Apart”. E’ un momento toccante per tutti e siamo sicuri che, se dovesse esistere un aldilà, Curtis non potrebbe far altro che essere grato.

Foto: Francesco Prandoni / OnStageWeb

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Alle 21:30 l’esibizione più attesa non solo della serata, ma dell’intero festival: Robert Smith fa la sua apparizione con il resto dei Cure. Ed è subito amore allo stato puro. La prima cosa che fa effetto non è affatto il viso di Smith ricoperto da trucco e cerone, ma la devozione e il rispetto che mostra per la musica. Tutta la formazione ha una bravura da far spavento, eppure la sobrietà, a tratti disarmante, che ha nell’eseguire le sue canzoni rivela una sensibilità non indifferente. L’inizio del concerto vede subito due pezzi da 90: “Plainsong” e “Pictures Of You”, sulla quale non emozionarsi non è impresa ardua, ma addirittura del tutto impossibile. La voce di Smith è una bomba nucleare, che prende l’anima e la stritola in pezzi infinitesimali in un momento, e l’istante dopo ti prende per mano per condurti in nuovi vicoli emotivi da esplorare insieme. Dal punto di vista meramente tecnico, la resa sonora è identica a quella su disco (anche’essa di ottima fattura). “Lullaby” è ipnotica più dell’originale, da sconvolgimento neuronale. In tutto ciò Robert continua a fare il suo con la tipica riservatezza di chi è intimidito se viene guardato troppo, ma non riusciamo a fare a meno di staccargli gli occhi e le orecchie di dosso…Nella setlist si susseguono pezzi quali “High”, “Push” e “The Walk“, che rappresentano a tutto tondo le mille anime musicali della band. “A Forest” è un’esplosione sensoriale, un bignami del concetto di perfezione. L’aspetto che differenzia i Cure da altre band è che coniugano la precisione tecnica con un cuore grande così, cosa ormai più unica che rara in questo mondo. Il gruppo è inarrestabile, con in serbo carburante ad oltranza. “Trust” è molto commovente, talmente dilaniante da far venire a galla anche gli stati d’animo più nascosti. Uno spaccato di vita doloroso, dal quale chi ci passa non può che uscirne cambiato, nel bene e nel male. In fondo, questo è un altro dei talenti dei Cure: saper dar forma ad emozioni indescrivibili per i comuni mortali, con parole dannatamente autentiche, unendo parti strumentali che calzano a pennello. La scaletta, decisamente variegata, alterna singoli di successo e canzoni meno conosciute. Tre ore di show all’insegna della musica con la M maiuscola; quella che non è solo un insieme di note ma, soprattutto, un pezzo di vita di ognuno dei poco più che 23.500 presenti. Trentaquattro canzoni talmente belle che fanno trascorrere il tempo troppo veloce. Sulle note di “Boys Don’t Cry” è già tempo di salutare i re indiscussi della new wave. E delle emozioni. Perché dinanzi a cotanto spettacolo ci si può solo inchinare e levare il cappello. Sono davvero monumentali e la fanno in barba a quasi tutti. Si è trattato del concerto dell’anno e della vita, senza se e senza ma, perché non capita tutti i giorni di assistere allo show di un pezzo di storia; in questo senso, l’Heineken Jammin Festival non poteva scegliere band migliore per concludere questa edizione.

The Cure setlist: Plainsong – Pictures of You – Lullaby – High – The End of the World – Lovesong – Sleep When I’m Dead – Push – In Between Days – Just Like Heaven – From the Edge of the Deep Green Sea – The Hungry Ghost – Play for Today – A Forest – Primary – The Walk – Friday I’m in Love – Doing the Unstuck – Trust – Want – Wrong Number – One Hundred Years – Disintegration – Shake Dog Shake – Bananafishbones – The Top Dressing Up – The Lovecats – The Caterpillar – Close to Me – Just One Kiss – Let’s Go to Bed – Why Can’t I Be You? – Boys Don’t Cry

Claudia Falzone


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