The Darkness – MazdaPalace, Milano 17 marzo 2006

Giunti all'atteso secondo  album, i Darkness continuano a dividere pubblico, che apprezza il loro atteggiamento dissacrante e autoironico e critica, che spesso invece li definisce dei veri e propri cialtroni. Comunque sia, quello che li attende a Milano è un MazdaPalace gremito fino all'inverosimile che esplode letteralmente all'arrivo di Justin e compagni. La curiosità è molta, soprattutto perchè il nuovo album "One Way Ticket to Hell…And Back" contiene pezzi che sembrerebbero davvero difficili da proporre in sede live e perchè la band si trova al primo vero tour non più da gruppo emergente. Entrambi i dubbi vengono fugati con l'attacco di “Knockers”, secondo pezzo dell'ultima fatica ed uno di quei pezzi che ritenevo impossibile sentire questa sera. Avendoli visti anche alla loro prima esibizione milanese, è impossibile non rendersi conto di quanto la sostituzione del vecchio bassista con Richie Edwards abbia giovato al sound ed all'immagine del gruppo. Seguono immediatamente i primi due singoli "One way Ticket" che deve molto agli AC/DC e "Is it just me?", che invece fa godere i fan dei Queen. A dimostrare che non si tratta di pure casualità, il gruppo prima propone una versione tutta chitarra di "We Will Rock You" da far cantare al pubblico, quindi esegue per intero "Back in Black" e "Thunderstruck", cantate dal bassista, che si dimostra ottimo performer. Avendo pubblicato solamente due album, di cui uno della durata di 35 minuti (come i buoni vecchi LP), è inevitabile qualche cover e una buona dose di improvvisazione. I pezzi dell'ultimo cd vengono proposti totalmente, sommersi dagli applausi di chi pensava che canzoni molto elaborate e in cui Justin tocca vette inaudite, come "Bald" o la pazzesca "Heyzel Eyes" non le avrebbero mai sentite. Uno dei momenti più toccanti della serata rimane però l'unico in cui il singer rimane solo on stage alle tastiere. Non ho mai parlato di Freddie Mercury accostandolo a qualsiasi altro cantante, né tantomeno mi sognerò di farlo in questo frangente, ma vi assicuro che in più parti il falsetto di Justin nei lenti cantati accompagnato solo dalle tastiere mi ha fatto venire i brividi. Una nota di merito va al pubblico, che canta tutti i pezzi dal primo all'ultimo e non si limita, come temevo, ai singoli come "I belive in a thing called love" e dimostra di amare davvero il gruppo, nonostante le numerose critiche piovute dalla carta stampata. In questo sì che assomigliano davvero ai Queen.

L.G.

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