The National, le foto e il report del concerto a Ferrara del 22 luglio 2014

Ieri 22 luglio 2014 sotto le stelle di Ferrara i The National si sono esibiti per il primo concerto del loro mini tour italiano. La cornice è quella splendida di Piazza Castello, che racchiude tra le sue mura medievali musica e persone come un unicum: “è una delle location più belle in cui abbiamo mai suonato”, afferma la band, già sullo stesso palco nel 2011. La serata è umida, una cappa d’afa stringe alla testa rendendo l’attesa spasmodica, come se quella dei mesi precedenti non fosse stata sufficiente. Il bagno di volti che riempie la piazza lascerà il luogo con una luce diversa nello sguardo, e non ti aspetteresti diversamente. Ma andiamo con ordine.

Sono le 22 spaccate quando i The National escono sul palco, bicchierino pre-esibizione ancora in mano, per prendere posizione agli strumenti. I cinque di Cincinnati sono accompagnati da due turnisti, alle tastiere e agli ottoni. L’inizio è repentino: si lancia un bicchiere in aria sul palco, partenza: “Don’t Swallow the Cap”.

I primi pezzi del live sembrano quasi una fase di assestamento: Berninger beve, la voce vibra con la sua consueta gravitas, mentre i gemelli Aaron e Bryce Dessner costruiscono l’intelaiatura di brani che sorprendono per minimalismo ed efficacia, al limite della perfezione, a volerne assumere l’esistenza, e già si intarsia quell’empatia che è il fulcro del concerto e andrà a investire la piazza, ancor prima della tempesta. Gran parte della scaletta vira sul nuovo anello della discografia della band, “Trouble Will Find Me“, probabilmente il più immediato della formazione, sicuramente quello che ha aperto il gruppo ad un’ottica meno Berninger-centrica.

Mentre il grande schermo posto sullo sfondo restituisce le immagini del concerto sovrapposte a motivi variabili, accompagnando il cambio di ogni brano, il pubblico pare stregato da quei versi, che sono quasi degli inni di disperazione ma da proferire a cuore aperto e con entusiasmo. E quindi può venire anche spontaneo saltare e cantare “I stay down with my demons” come fosse motivo d’orgoglio e accettazione, come basti scandirlo a conquistarli, quei demoni.

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Il set è un continuo montare la tensione per poi allentarla nuovamente, una sfida che la band orchestra alla perfezione, senza mai perdere il controllo. Su “I Need My Girl” le luci si spengono, per la prima volta, e si percepisce a pieno la maestria dei gemelli alle corde che fanno crescere la canzone dal seme di quei due riff che si intrecciano e raccontano di un amore, di un’assenza. Dal canto suo Berninger, frontman quasi goffo e pienamente consapevole, in bilico costante sulla linea tra uomo e performer, si divide tra gesti plateali e atteggiamenti sommessi: “I’m invisible and weightless, you can’t imagine how much I hate this“, canta in “Graceless”. Gli ottoni trovano la loro migliore attuazione in “The Geese of Beverly Road” e “Fake Empire”, per un concerto composto unicamente da highlights, per quanto paradossale possa suonare, e dove tutte le canzoni vengono accolte con lo stesso entusiasmo.

L’encore è un classico, che non smette di sorprendere nonostante la “scontatezza” del caso: “Santa Clara” riporta i sette musicisti sul palco e poi “Mr. November” e il bagno di folla. Berninger scende dal palco, scavalca la transenna e immerso nell’oceano di braccia, mani che si allungano a toccare lui, l’idolo e la sua antitesi, paonazzo urla “I won’t fuck us over, I’m Mr. November” mentre si inoltra sempre più a fondo. “Terrible Love” e il rito si reitera, questa volta alla sinistra del palco, con un frontman che finisce di cantarne i versi nel bar della piazza, compiendo il sortilegio (io non me lo spiego in altro modo) di trasformare la folla in un’esplosione di gioia su un brano di uno strazio, e una bellezza, sconquassante. Cade qualche goccia, è pioggia spessa e rada, è un abbraccio, il finale di un film con degli sceneggiatori che ammiccano allo strappalacrime da Oscar, mentre la band ancora sul palco ne fornisce la colonna sonora.

Chiude il live “Vanderlyle Crybaby Geeks”, suonata in punta di piedi, senza amplificazione, il canto e il coro affidato al pubblico, che ancora una volta abbraccia Berninger, lanciato sopra le teste, prima dell’ultimo inchino. Che sia un club da 300 persone, una piazza gremita, un’arena o un festival da grandi numeri, i The National hanno la superba abilità di creare una forte connessione con il proprio pubblico, un senso di intimità e comprensione umana che è tanto più spassionata nei live quanto autentica nelle loro opere. Ed è in questa intersezione con la loro maestria e originalità di musicisti che risiede il loro meritatissimo successo. Personalmente, li attendo alla prova degli stadi.

Fotografie di Mathias Marchioni.

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