The Unholy Alliance III – PalaSharp, Milano 14 novembre 2008

Il tendone dell’Unholy Alliance: Chapter III  arriva finalmente sul suolo italico, con il consueto carico di distruzione. Una scaletta eterogenea, in grado di soddisfare il pubblico in modo trasversale, con un gruppo di band che unisce qualità e appeal commerciale. Non è infatti un mistero che Amon Amarth, Mastodon e Trivium, siano considerati (a torto, o a ragione) fra i nomi di punta dei rispettivi ambiti e, di questi tempi, è molto meglio andare sul sicuro con formazioni dal feedback ormai collaudato. Chi non ha bisogno di ulteriori collaudi, sono i veri protagonisti della serata, gli Slayer, con in serbo uno show da ricordare a lungo, avendo eseguito per intero l’immortale capolavoro Reign in Blood, oltre ad altre perle del nutrito repertorio dei nostri.

Prima del piatto forte della serata, tocca però ai Trivium scatenare i presenti. Sì, questo report comincia con i Trivium, e mi perdonerete se non verranno menzionati Amon Amarth e Mastodon (oltre agli italiani Death Army). L’attesa per l’esclusiva intervista a Dave Lombardo, mi ha costretto ad attendere fuori dal PalaSharp e a perdermi la loro prestazione… Capirete che un’occasione del genere, val bene un paio di esibizioni, di cui una monca, per l’assenza di Bill Kelliher dei Mastodon, costretti a salire sul palco come trio. Ma torniamo ai Trivium. Con loro il rischio è di esagerare sempre, sia nelle critiche che negli elogi. Comincerei subito a dire che Heafy e compagni sono bravi, suonano bene, tengono il palco egregiamente, e riescono a interagire col pubblico in modo soddisfacente… Insomma non sono proprio gli ultimi arrivati, come non sono quel supergruppo che la stampa vuol farci credere. Non me ne vogliano i numerosi fan dei nostri intravisti durante l’attesa, ma da qui a designarli come nuove icone del metal ce ne passa, specialmente considerando il repertorio a disposizione. Infatti, già verso metà concerto, la sopportazione dei più stava giungendo al limite, cominciando a scandire a gran voce il nome degli headliner. Comunque, i Trivium hanno messo in piedi una prova più che dignitosa, spaziando per tutta la discografia, in cui i brani del nuovo album, Shogun, si sono nettamente distinti dal resto, segno di una crescita e maturazione continua. Una bella prova, per un gruppo di qualità, ma molto sopravvalutato.

“E adesso comincia la festa!”
Prendo punto per cominciare dall’esternazione di un ragazzo che, dalle retrovie, si avvicinava al palco minaccioso e visibilmente eccitato, in attesa dei propri beniamini. Diciamo che l’aria che si respirava poco prima dello show degli Slayer non poteva essere descritta meglio… Bravi tutti, ma ora si fa sul serio. Pochi minuti di attesa per il cambio di palco ed ecco partire l’intro Metal Storm, con la figura di Araya che si staglia sul tendone bianco davanti al palco, a cui segue impetuosa Flesh Storm. Un inizio un po’ in salita bisogna dire, visti i volumi delle chitarre incredibilmente bassi, e la voce di Araya che lascia un po’ a desiderare. Una piccola parentesi sulla prestazione del frontman: gli anni passano per tutti, il buon Tom lo sa, e per questo cerca di preservare come può le sue corde vocali. Paga un avvio difficoltoso, migliorato via via nel prosieguo, lasciando al pubblico tante, troppe parti da cantare. Ad esempio il celeberrimo siparietto prima di War Ensemble è stato appena accennato, delegando ai presenti le linee più impegnative del brano, o saltando a piè pari l’acuto iniziale di Angel of Death. Nonostante tutto, la sua prestazione è stata sicuramente di buon livello, andando a migliorare col passare dei minuti.
Cosa dire degli Slayer che non sia stato già ripetuto alla nausea? Impeccabili macchine da guerra, precisi, cattivi, devastanti, pochi movimenti sul palco, headbanging continuo, una canzone dietro l’altra, una meglio dell’altra. Chemical Warfare, Ghost of War, Jihad macellano tutto il possibile, in un PalaSharp tutt’altro che gremito, tanto che a metà parterre si poteva assistere al concerto in totale “relax”. Anche a Milano viene proposto il nuovo brano Psychopathy Red, a cui seguono una splendida Season in the Abyss, Dittohead, Live Undead, Cult e Disciple, con South of Heaven a chiudere la prima parte del concerto. Quando ormai si cominciano ad avvertire i primi sintomi di fatica, ecco arrivare una mazzata in pieno volto: Reign in Blood, eseguito tutto di fila, praticamente senza mai fermarsi tra un brano e l’altro. Che dire, la storia stava rivivendo davanti agli occhi di un pubblico scatenato, guidati da un Lombardo straordinario (abile a impreziosire continuamente i brani di finezze mai fini a se stesse), dalla solita granitica coppia d’asce King/Hanneman, e da un Araya che ha sfoderato il meglio proprio nelle battute finali. Mezz’ora scarsa in cui il tempo pareva essersi fermato, a suggellare un concerto memorabile. Ennesima dimostrazione che la classe non è acqua, passano gli anni, passano le generazioni, ma gli Slayer rimangono sempre gli stessi: immortali.

Stefano Risso


Molto male, che desolazione. L’edizione 2008 dell’Unholy Alliance Tour è stata di sicuro la più sfigata fino ad ora. Complici una campagna vendite imbarazzante e una lineup abbastanza discutibile, l’affluenza di pubblico è stata scarsa. I biglietti venduti a 50 euro sono stati un sicuro deterrente, e la mossa di venderli per una settimana a 30 euro non ha migliorato le cose. Per quanto riguarda le band si è cercato di assemblare un pacchetto che, alla fine, non ha funzionato…anche perché ultimamente gli Slayer sono in Italia ogni sei mesi. Gli Amon Amarth hanno un piccolo seguito di ragazzini, ma rimangono una band di nicchia. I Mastodon si stanno ritagliando la loro carriera: anche senza un chitarrista (infortunato) pestano bene e forse con più chiarezza, ma sono una band da club con un piccolo seguito, a quanto pare più interessato a fare foto che a pogare e le loro setlist (o i loro pezzi, a seconda) hanno bisogno di più dinamicità dato che dopo poco sale l’abbiocco.
I Trivum…madò… I Trivium per quanto possano essere simpatici e tecnicamente bravi, rimangono ragazzini che imitano i Metallica cercando di fare le melodie degli Iron Maiden. Musicalmente sono irrilevanti per chi ascolta musica pesante, e non garantiscono il ‘ricambio generazionale’ portando una massa di giovani come possono fare, per dire, gli Slipknot.
E il piatto forte della serata? Una garanzia, ovviamente, ma non certo uno dei loro migliori concerti. Gli Slayer, accompagnati dal solito muro di ampli Marshall e da un inedito schermo modello segnapunti del flipper, hanno proposto un’oretta di classici e un’ulteriore mezz’ora dove hanno suonato tutto lo storico album Reign In Blood (1986) (scelta già annunciata nel disperato tentativo di portare più gente possibile). La scaletta è stata piacevole (bella la sorpresa di ‘Live Undead’), ma tutto il resto molto discutibile. I suoni erano bassi, e la band non è stata molto ‘carica’…precisa sì, assolutamente, ma senza quella carica e quella energia che tanto hanno colpito nell’ultimo Gods Of Metal.
Araya senza barba è ringiovanito, ma a livello vocale ormai si risparmia troppo, facendo cantare troppo il pubblico: d’accordo tagliare acuti come su ‘Angel Of Death’ (è da 10 anni almeno che non si sentono, se non raramente) ma non sentirsi fare in faccia l’urlo WAAAAAAAR di ‘War Ensemble’ è una grande delusione. Hanneman e King hanno svolto il loro compito onestamente, ma a guardarli bene viene tristemente a galla la pochezza degli assoli dei pezzi più recenti (canna del gas in quanto idee) mentre Dave Lombardo, almeno lui, è sempre una gioia da vedere dietro alle pelli.
C’è da dire che la serata è trascorsa rapidissima, le varie band hanno svolto il loro compito senza diventare troppo prolisse e i cambi di palco sono avvenuti alla velocità della luce. Una magra consolazione per un concerto che dovrebbe essere il più spaccaossa dell’anno.

Marco Brambilla

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