Thin Lizzy – Rolling Stone, Milano 6 ottobre 2008

Un’ora e mezza del migliore hard rock anni ’70 suonato da una cover band d’eccezione: questo in sintesi il concerto dei Thin Lizzy a Milano.
Il Rolling Stone apre i battenti con una buona ora di ritardo, quando, stando alla tabella di marcia l’ipotetico (e mai esistito) supporto avrebbe dovuto suonare. E invece, verso le 21, quando la sala si è notevolmente riempita di una folla piuttosto avanti con gli anni (anche se non mancano giovincelli ventenni come il sottoscritto), John Skyes e soci salgono in scena al suono delle sirena che va ad introdurre l’opener “Jailbreak”, dando così inizio allo show.
Pur con la sensazione di avere un enorme vuoto sul palco dato dall’assenza del compianto frontman Phil Lynott (a cui verranno dedicate tutte le canzoni della serata), il quartetto si dimostra ben al di sopra delle aspettative. Il duo di chitarre infatti è affidato alla maestria di Skyes e dell’unico membro storico Scott Gorham, i quali manifesteranno una grande intesa per l’intero set; alle pelli un vero mostro sacro quale è Tommy Alridge; al basso il giovane Francis Dicosmo, che farà il suo dovere senza infamia e senza lode. L’intera scaletta ruota quasi totalmente attorno all’epoca d’oro ’76-’79, dal platter del successo quale “Jailbreak” all’ultimo vero album meritevole “Black Rose”, con alcuni inserti precedenti e un’unico brano degli anni ’80.

E così il quartetto fila via liscio macinando classici a ripetizione, dai singoli rockeggianti “ Waiting for an alibi” e  “ Bad reputation”, a quelli più pacati come “Southbound”, passando per la love song “Still in love with you “. Dopo l’impressionante assolo di batteria di Alridge (suonato parzialmente senza bacchette), che fa suo il motto “60 anni e non sentirli”, è tempo di sfoderare gli assi dalla manica: ed ecco che si riparte con la cavalcata di “Emerald” per proseguire con la storica “ Cowboy song” e quello che è il pezzo più famoso in assoluto, ovvero “The boys are back in town”, cantato da tutti i presenti. Il bis riserva la chicca della serata, sotto forma dell’epica “Black Rose” coi suoi complessi assoli che fondono assieme elementi celtici e vero hard rock, esaltando all’unisono le doti tecniche di Skyes e Gorham.
Il concerto va così a terminare (con grande assente “Whiskey in the jar”), e il sottoscritto, che si aspettava un pallido riflesso di quello che sono stati i Thin Lizzy negli anni antecedenti la scomparsa di Lynott, è rimasto piacevolmente colpito. Quello che ho visto sul palco stasera non è stato niente di patetico, ma bensì una grande celebrazione di uno dei gruppi più famosi e purtroppo, meno apprezzati di un’epoca ormai passata.

Long live Phil Lynott.

Nicolò Barovier

Setlist: Jailbreak – Waiting for an alibi – Don’t believe a word – Are you ready – Bad reputation – Dancin’ in the moonlight – Still in love with you – Southbound – Sha-la-la-la – Drum solo – Emerald – Suicide – Cowboy song – The boys are back in town – Cold sweat – Black Rose

 

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