Tortoise – Magazzini Generali, Milano, 28 novembre 2009

Mai dire mai. Non 007 ma i Tortoise. Ritorno in Italia per la band di Chicago, fresca d’uscita del nuovo “Beacons Of Ancestorship”. Il sesto di una carriera importante. Molto importante anche se di recente il loro valore sociale è venuto meno. Anzi è stato preso in considerazione molto poco, viste le innumerevoli band che si sono incanalate nei loro binari e che i media hanno messo sul piedistallo davanti al sole.


La paura entrando ai Magazzini Generali era che la loro musica venisse deflorata totalmente dall’acustica pessima per cui è conosciuto il locale. La paura era che la band si fosse seduta, musicalmente. La paura era di assistere ad un concerto freddo (come tanti anni fa nello stesso posto), un’esecuzione di post rock, un genere che la gente dice che è passato di moda e non significa più nulla (e intanto ronzano come mosconi sopra la moda del momento).
Dato che a fine concerto tutte queste paure erano state polverizzate non si può nascondere un certo entusiasmo.
Per partire, ottima acustica e suoni perfetti e puliti (infatti dopo è venuto a piovere…). Inizio del concerto alle inusuali 20.45 di un sabato sera. Mentre suonano è lampante realizzare che sul palco ci siano dei veri musicisti. Gente che potrebbe suonare a teatro, che ti potrebbe musicare un film, che ti farebbe compagnia in salotto, e udite udite riesce pure a farti muovere il piedino e ciondolare la testa. Non dei noisi accademici in giacca e cravatta.
La capacità tecnica dei cinque è eccelsa e cristallina. Ma non sterile. Non stiamo parlando della retorica pomposa prog metal dei Dream Theater.

Dal vivo in questa occasione rendono i loro pezzi davvero trascinanti, passando con disinvoltura da atmosfere colorate che spruzzano ritmi a destra e manca a cieli grigi e plumbei. Tutto intersecando vari ritmi con chitarra, basso, due batterie, tastiera, synth e xilofono.
Sono sciolti sul palco, John McEntire è l’unico che cerca un consenso del pubblico girandosi mentre suona dietro i suoi tamburi. Il live è entusiasmante e dribla con ottime strutture di alcuni loro brani un po’ noiosi su disco. I brani provengono da quasi tutti i dischi ad eccezione del primo omonimo. Sono in formissima, le due batterie creano ritmiche vorticose. Si scambiano spesso i posti e gli strumenti. Il nuovo disco deve aver dato loro nuova linfa vitale.
Alla fine un’ora e mezza di musica. Musica senza parole.

Luca Freddi

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