Traffic Torino Free Festival 9-11 luglio 2009

Puntuale come ogni anno, torna a Torino il Traffic Festival, qusta volta con un cambio di location, ci si sposta dal parco della Pellerina al parco della Reggia di Venaria. E’ vero, c’è qualche km in più da fare, ma la filosofia resta sempre immutata, il festival continua ad essere gratuito, con ospiti internazionali di gran pregio ad animare il palco principale.

in più c’è tutto quel corollario di manifestazioni, proiezioni, mostre sparse per Torino a completare il quadro di quello che da diversi anni a questa parte è l’evento indiscusso dell’estate torinese.

Giovedì sera (8 luglio) la gustosa anteprima della tre giorni musicale era stata affidata alla proiezione in piazza CLN di Profondo rosso, con la presenza dello stesso Dario Argento, che scelse proprio Torino e questa piazza quale fulcro attorno al quale far ruotare la trama del film. Per l’occasione la colonna sonora è stata suonata dal vivo dai Daemonia che vedono tra le loro fila Claudio Simonetti, ex dei Goblin, autori della celeberrima colonna sonora.

Day 1 – 9 luglio
Si parte subito con un nome che pesa come un macigno in cartellone, Nick Cave and the Bad Seeds. Ci si aspettava un’affluenza massiccia di pubblico e le previsioni non sono state disattese. L’arena nel parco della Reggia di Venaria ha cominciato a riempirsi molto presto e a fine serata sarà difficile quantificare la quantità di gente presente.

Tocca a tre gruppi torinesi aprire le danze, dandosi il cambio quasi al volo. Un inizio dalla fortissima vena indie, quasi naïf, tra l’intonazione precaria di Vittorio Cane e la sua vicinanza con Bugo, la leggerezza primaverile dei testi di Deian e Lorsoglabro passando per il duo chitarra-contrabbasso di Paolo Spaccamonti e ai loro brani strumentali di difficile collocazione stilistica, ma di sicuro impatto.

La serata prosegue con St. Vincent, pseudonimo di Annie Clark, nuova promessa dell’indie rock d’oltre oceano. Polistrumentista con una buonissima tecnica con la chitarra (Jimi Hendrix deve averlo studiato molto bene, e si sente), dalla figura esile e un po’ impacciata, ma sul palco si scatena proponendo la sua personale visione musicale, un delicato pop-rock ricco di riferimenti alle atmosfere eteree di Bjork, strizzando l’occhio alla musica elettronica, per poi tornare al folk-rock cantautorale della sua terra.

Breve cambio di palco e arriva lui, Nick Cave, l’evento della giornata. Bastano poche note per far capire come si debba stare sul palco e cosa bisogna fare per catalizzare l’attenzione del pubblico. L’attacco è affidato a “Papa won’t leave you Henry” seguita da “Dig, Lazarus, dig!” e  Nick pare un indemoniato, si dimena, litiga con un microfono che non funziona, butta giù dal palco un’asta che evidentemente gli dava fastidio, se la prende con i tecnici, una vera furia. E tutta questa energia la conserverà per tutto il concerto, insieme a quell’ironia scura che ogni tanto salta fuori tra un brano e l’altro. Scaletta variegata che forse non avrà accontentato tutti, ma che ha visto la presenza di grandi classici, da “Red right hand”, passando per “Tupelo”, fino a brani più intimi come “The ship song” o “Love letter”, passando per “Nature boy” dedicata a Mick Harvey, fino a “Weeping song” “una canzone sulla quale dovete piangere”. Nick Cave si conferma uno dei più grandi frontman in circolazione, magnetico, carismatico e con una verve che fa invidia ad una ventenne, accompagnato da una band, i Bad Seeds, senza i quali probabilmente non riuscirebbe ad avere lo stesso devastante impatto.

Day 2 – 10 luglio

Secondo giorno, si ricomincia! Bisogna ammettere che c’era meno tensione nell’aria rispetto al giorno prima e l’arena ha faticato a riempirsi, anche se poi a fine serata si contava comunque un buon afflusso di persone, seppur inferiore rispetto a quello della sera inaugurale.

Ore 20, iniziano a scaldare l’ambiente i Treni all’alba, quartetto nato sull’asse Torino-Aosta e che cerca di creare, con strumentazione acustica, un connubio tra l’impeto del rock e dell’hard core e la melodia folk mediterranea, con venature progressive e jazz che ben si sposano con il sole che sta tramontando sulla Venaria.

Ormai è quasi sera, si alzano i volumi e tocca ai Ladytron preparare la pista all’headliner della serata, i Primal Scream. Il gruppo inglese porta sul palco la propria personale rivisitazione della new wave ottantiana, con riferimenti neanche troppo velati a Depeche Mode e Kraftwerk. I presenti paiono gradire, ma c’è da dire che l’esibizione è parsa un po’ troppo statica per le potenzialità della band, con un po’ di energia in più probabilmente il loro spettacolo ne avrebbe guadagnato, specie dal punto di vista emotivo.

E finalmente un poco loquace Bobby Gillespie (che credeva forse di trovarsi in Spagna, solo dopo buona parte del concerto i “gracias” diventano “grazi”) e i suoi Primal Scream fanno il loro ingresso sul palco. Suoni inizialmente un po’ pastosi e un confusi, faticano un po’ ad ingranare, la voce di Billy non è sempre all’altezza specie quando si tratta di salire, ma pezzo dopo pezzo le cose migliorano. La scaletta tiene quasi separate le due anime del gruppo, quella rock da una parte, rappresentata da diversi pezzi estratti da “Screamadelica”, come “Movin’ on up”, “Higher than the sun” e “Damaged” e quella più elettronica dall’altra e sono molti in questo caso gli estratti da “XTRMNTR”, tra cui “Swastika eyes”, “Kill all hippies” e chiusura finale con “Accelerator”. Un buon concerto in definitiva, ma rimane un po’ di amaro in bocca per la fastidiosa sensazione che non abbiano dato tutto quello che potevano su quel palco, ed è un vero peccato.

Day 3 – 11 luglio

Terzo e ultimo giorno di concerti e questa volta tocca a elettronici e sintetizzatori chiudere questa edizione del Traffic Festival, in un tripudio di decibel per mettere a dura prova gli stucchi e gli intonaci della Venaria Reale e, ovviamente, i timpani dei presenti.

Aprono le danze i Did, gruppo torinese amante delle sperimentazioni, del crossover inteso come intrecci tra generi e ricerca musicale. Una ricerca che parte dal rock e lo dimostra la formazione classica sul palco, ma che poi si apre alle sperimentazioni elettroniche, vicine a gruppi come Lcd Soundsystem tanto per citare quella che parrebbe essere una delle fonti di ispirazione principale. Non è molto il tempo a loro disposizione, ma riescono a ben figurare, iniziando a scaldare per bene il pubblico in quella che sarà una lunga nottata tutta da ballare.

Santigold (o come si faceva chiamare prima, Santogold) porta sul palco una ventata di hip hop che ancora era mancata a questa edizione del Traffic, il tutto imbastardito con suggestioni raggae/dub, sintetizzatori, pad elettronici e bassi profondi che aiutano a scaldare per bene i subwoofer sotto al palco. Due ballerine/vocalist aiutano una Santigold che ha sì una gran bella voce, ma che prende anche qualche bella stecca qua e là. Per questa volta gliele perdoniamo, la prossima saremo ben più cattivi.

E finalmente gli Underworld. Un palco colmo di macchine e pc, scenografia minimale e il beat,  che è stato il vero protagonista indiscusso della serata. Il vocalist Karl Hyde è scatenato avvolto dalla sua giacca di paillettes terribilmente anni ’80, mentre alle macchine Rick Smith e Darren Price hanno il loro bel daffare nel cucire e mixare i loop tra loro, tutto ovviamente e rigorosamente dal vivo. Il binomio immagini e musica è strettissimo, sul maxischermo immagini di ogni tipo, anche riprese da una telecamera nelle mani di Hyde e poi proiettate sui cilindri bianchi gonfiati posti al fondo del palco, mentre nella seconda parte del set si cambia e compare uno schermo circolare, fino all’ingresso di grossi palloni bianchi sul pubblico danzante. Grande chiusura con “Born slippy” e non poteva essere altrimenti, è il brano che in fondo li ha fatti conoscere al grande pubblico e che nel tempo è diventato quasi un inno generazionale.

Livio Novara

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