Two Evergreen: Bach – Vivaldi – Teatro Villa Pamphilj, Roma 6 luglio 2010

L’orchestra, a guardarla a distanza, è un circolo di luce nella notte, una sorta di grossa, inoffensiva astronave che, a volo rasente, si è posata su questa radura di villa Pamphilj (in questi giorni di luglio la città è in affanno sotto un sole implacabile, ma questa sera, tra i pini, si gode perfino un piacevole filo di brezza).

E dunque siamo qui ad ascoltare Antonio Vivaldi e Johann Sebastian Bach, interpretati dall’orchestra sammarinese della Camerata del Titano, diretta dal suo maestro-fondatore Augusto Ciavatta.

Vivaldi (1678-1741) si diverte, nel suo Concerto in la maggiore per violino solo, 3 violini ed archi a giocare con l’eco. Da sinistra il primo violino lancia una serie di spunti che vengono ripresi, a destra, dall’altro gruppo. Allegro, larghetto e ancora allegro scivolano via con la consueta serenità e fantasia tipiche del “prete rosso”.

Poi, ad eseguire il BWv 1055 (*) di Bach (1685-1750) giunge la star della serata, il pianista Ramin Bahrami (1976). Bach aveva probabilmente composto, originariamente, il concerto per uno strumento ad arco, ma poi lo aveva riadattato per tastiera (ai suoi tempi: clavicembalo od organo). Ma la musica di Bach, che si diffonde come un Vangelo per le vie del mondo, è sempre più spesso suonata dal pianoforte, che riesce a dare, in molti casi, un impatto ancora più drammatico al già fortissimo chiaroscuro bachiano.

Immerso nela sua musica, concentratissimo, il pianista iraniano (ma con solide radici culturali tra Italia e Germania) sceglie, pur con una gestualità piuttosto accentuata, un registro sonoro estremamente pulito ed asciutto.

Nella seconda parte ancora Vivaldi (Concerto in sol minore per archi) ed ancora Bach per pianoforte ed orchestra (BWv 1052). Di nuovo la curiosità intellettuale di Vivaldi, le sue esplorazioni tra la tonalità maggiore e passaggi nella minore, di nuovo quell’ariosità, quel senso di apparente leggerezza che tanto elevano l’animo dell’ascoltatore.

E poi la magia del BWV 1052, la sua progressione, la sua spinta in avanti, con il largo a creare un’oasi di lirismo e di nuovo l’allegro finale con lunghe parti di piano solo, al quale si sono ispirati tanti compositori (Mozart, Beethoven, Brahms…)

Fuori programma Ramin Bahrami ci suona poi, sembre di Bach, una Giga (in memoria del mecenate tedesco Hans Böhme, recentemente scomparso) e poi, a seguire, e per conciliarci il sonno, l’Aria delle Goldberg (**).

Un finale veramente di alto profilo che ci riconcilia col mondo e, più importante ancora, con noi stessi.

Bella serata davvero.

Ramin Bahrami, pianoforte
Orchestra Camerata del Titano
Augusto Ciavatta, direttore

Marco Lorenzo Faustini

P.S. parleremo ancora di Ramin Bahrami che sta pubblicando, con la Decca, molte materiale di Bach. Da non perdere!

(*) Mi permetto di ricordare ai nostri lettori che la sigla BWV sta per “Bach-Werke-Verzeichnis” e cioè catalogo delle opere di Bach (oltre mille!) pazientemente realizzato dal musicologo Wolfgang Schmieder (1901-1990).

(**) So che è di un terribile cattivo gusto ‘citarsi addosso’, ma se leggete il mio post capirete che l’associazione delle Goldberg con la conciliazione del sonno non sono casuali: http://www.outune.net/tunemag/l-angolo-del-maestro/la-cura-dellinsonnia-secondo-bach-non-quello-dei-fiori.html 

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