Yes – Teatro degli Arcimboldi, Milano 6 novembre 2009

Dopo alcuni anni di assenza dall’Italia tornano gli Yes, gruppo di riferimento del prog-rock anni ’70, per tre date italiane inserite nell’ambito di un generoso tour europeo. La band si presenta con l’ennesimo rimaneggiamento di formazione affidando il ruolo di tastierista a Oliver, figlio del membro storico della band Rick Wakeman, e il delicato ruolo di frontman a David Benoit, scelto come rimpiazzo di Jon Anderson, in lotta con problemi di salute.

Pubblico delle grandi occasioni di età estremamente eterogenea, dagli ormai vecchi giovani a quelli odierni, questi ultimi spesso accompagnati dai primi.
L’apertura del sipario è accompagnata da Stravinskji e rivela il grande palco incorniciato da quelle che paiono nuvolette candide colorate dalle luci di scena, scenografia scarna ed essenziale quasi a voler sottolineare come l’essenza dello spettacolo stia nella musica e nell’abilità e l’estro dei musicisti che la propongono.

Alle prime note di “Siberian Khatru”, pezzo di apertura, i brividi mi percorrono la schiena catapultato indietro nel tempo di quasi 40 anni.
Scorre dunque la storia che fluisce tra brani tratti dai classici The Yes album (“I’ve seen all good people”, “Yours is no disgrace”), Fragile (“South side of the sky”, “Heart of the sunrise”), e Close to the edge (l’emozionante “And you and I”) e pezzi dai meno noti Time and a word (“Astral traveller”), Tormato (“Onward”) e qualche sporadica scorreria negli ’80 con “Tempus fugit”, “Machine messiah” (da Drama) e “Owner of a lonely heart” (da 90125).

I tre componenti storici, il chitarrista Steve Howe, il bassista Chris Squire e Alan White alla batteria, si distinguono per capelli d’argento e mani d’oro oltre ad una invidiabile presenza scenica. Basterebbero i loro intrecci ritmici, armonici e melodici a garantire uno spettacolo fuori dal comune; in particolare da sottolineare la performance assolutamente brillante di Steve Howe in grado di entusiasmare il pubblico grazie ai suoi assolo e al suo intermezzo acustico (“Mood for a day”, “The clap”), intensi da piangere.

Confrontarsi con illustri predecessori è sempre scomodo per via di facili paragoni ed i nuovi arrivati, non riuscendo a lasciare un’impronta significativa del loro passaggio questa sera, prestano il fianco a qualche critica. Più precisamente se il figlio d’arte Oliver Wakeman riesce a risultare credibile assediato dalle innumerevoli tastiere, pur non brillando di luce propria, l’esibizione del nuovo cantante, David Benoit, risulta al limite della sufficienza. Benché timbricamente ricordi da vicino Jon Anderson, tralasciando un’analisi della tecnica buona ma non eccelsa, è la presenza scenica ad essere carente, creando una sorta di scissura con il resto della band. Un pesce fuor d’acqua. Leggo a posteriori che la scelta sarebbe caduta su di lui dopo un “provino” virtuale su youtube, visionando una performance della cover band canadese in cui militava. Non so se possa servire come una sorta di attenuante, ma la prossima volta lo lascerei a casa…
Il pubblico dopo più di due ore di musica chiede ed ottiene un bis, ricevendo in dono una tirata “Roundabout”, dall’album Fragile, che conclude un bel concerto tra gli applausi degli intervenuti.

Grazie a Federico Dagna

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