99 Posse intervista a Luca Persico e Marco Messina

99 posse 2011

A dieci anni dal precedente disco (undici dall’ultimo di inediti, “La vida que viendrà”), i 99 Posse tornano finalmente con un nuovo lavoro, “Cattivi guagliuni”, anticipato da un omonimo singolo il cui video è diretto nientemeno che da Abel Ferrara. Il loro ritorno sui palchi, però, aveva già suscitato clamore molto prima dell’uscita dell’album: “Già al primissimo concerto che abbiamo fatto insieme dopo otto anni, in favore di alcuni compagni dell’Onda che erano stati arrestati al G8 di Torino, eravamo riusciti a riempire la piazza oltre ogni previsione, quindi le premesse erano buone”, racconta Luca “Zulù” Persico, voce del gruppo, “ma neanche noi ci saremmo aspettati una simile accoglienza, con oltre settanta sold out all’attivo”.


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Dopo i primi concerti” prosegue Zulù, “sentivamo il bisogno di qualcosa di attuale, perché altrimenti ci saremmo sentiti come quei vecchietti che vanno ogni volta a suonare gli stessi pezzi… anche se il nostro repertorio è tristemente attuale, dato che i problemi di cui cantavamo quindici anni fa sono gli stessi di oggi”. Ed ecco che nascono le tracce che vanno a formare il disco, quindici pezzi eterogenei e pieni di spunti musicali diversi – dal raggamuffin alla tarantella, passando per rock, hip hop ed elettronica -, in piena linea con lo stile eclettico che da sempre contraddistingue i 99.


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La parola passa quindi a Marco “Kaya Pezz8” Messina, responsabile di buona parte delle basi e degli arrangiamenti: “All’inizio abbiamo avuto un po’ di problemi, perché mandavamo le cose a Luca e lui non scriveva, al che io mi incazzavo. Poi riascoltandole mi sono reso conto che era ovvio che non ci scrivesse niente: negli ultimi anni ho fatto soprattutto musica elettronica strumentale e anche in questi ultimi pezzi non c’era la struttura adatta perché fossero cantati. Ma dopo la prima fase di riscaldamento, quando ci siamo messi a registrare il disco – ci abbiamo messo circa otto o nove mesi -, è stato piuttosto naturale”. “Siamo ritornati all’attitudine, più che alle sonorità del primo disco. Allora eravamo tre persone che la musica per lo più l’ascoltavano e quando abbiamo cominciato a suonare ognuno ha portato nei 99 le sue influenze” conferma Zulù, “mentre poi, quando sei in un gruppo e passi la maggior parte del tempo insieme, finisci per ascoltare le stesse cose e le differenze si livellano”.


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Per quanto riguarda i testi, da sempre fondamentali nella musica dei 99 Posse, è cambiata la prospettiva, come racconta Zulù: “Abbiamo smesso di essere la voce del movimento. Siamo meno legati ai collettivi e abbiamo assunto il punto di vista di chi vive in mezzo alle persone qualunque, a chi non sa di appartenere a qualcosa di più ampio e non conosce la lingua che si parla negli ambienti dove si fa politica attivamente”. E aggiunge: “In psichiatria quando hai un problema rimosso lo devi verbalizzare, ovvero ne devi parlare, e già così hai cominciato il percorso per risolverlo. Penso che la musica serva a questo e per quel che mi riguarda funziona. Prima dei 99 Posse pensavo che la musica potesse addirittura cambiare il mondo. Ora invece ho un punto di vista più introspettivo”. L’impegno politico e sociale, in ogni caso, fa sempre da filo conduttore tra i brani, da “La paranza di San Precario” a “Resto umano”, pezzo dedicato a Vittorio Arrigoni, attivista ucciso nella striscia di Gaza nell’aprile di quest’anno. Nelle tracce del disco, inoltre, abbondando gli ospiti, da Caparezza in “Tarantelle pe’ campà” a Clementino in “University of Secondigliano”, passando per Daniele Sepe in “Morire tutti i giorni” e nella già citata “Resto umano”. “A noi è sempre piaciuto mischiare, invitare persone e fare nuove esperienze” afferma Marco Messina, che lascia poi la parola a Luca Persico: “A questo giro ci stanno sia compagni di vecchia data come la Compagnia di canto popolare, sia compagni dell’ultima generazione come Caparezza che, pur non essendo legato a una posizione politica precisa, per quel che scrive e come si comporta è un compagno a tutti gli effetti. E poi ci sono anche quelli che a torto vengono identificati come la controparte, perché tra i più ortodossi c’è sempre un po’ di sospetto nei confronti di chi fa rap e spesso usa un linguaggio o affronta temi considerati non appropriati. Ma per spiegare a queste persone che possono veicolare un messaggio, piuttosto che fare gli snob, il modo migliore è incontrarle: questa è la strada che abbiamo scelto noi”.

Marco Agustoni

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