AFI: non siamo una punk band

Poco prima dell’inizio del Give It A Name, siamo riusciti a scambiare qualche battuta con Davey Havok e Adam Carson, rispettivamente cantante e batterista dei californiani AFI, headliner del festival e band dall’esperienza ormai quasi ventennale e vincitrice di diversi dischi di platino negli States. Ecco quanto ci hanno detto i due.

 

Come sta andando il tour?
Adam: fino ad ora tutto bene, sia per le date americane sia per quelle europee. Siamo in Europa ormai da due settimane, e siamo eccitati per essere headliner qui al Give It A Name; insieme a noi suoneranno molte altre band, ed è un’occasione molto importante per esibirci di fonte ai nostri fan.

A proposito di fan, quali differenze riscontrate fra i vostri fan americani e quelli europei?
Davey: ce ne sono moltissime, ma forse più a livello quantitativo piuttosto che qualitativo. Sicuramente negli Stati Uniti abbiamo un seguito molto più vasto rispetto all’Europa. Nonostante questo, c’è un elemento che unifica i fan sulle due sponde dell’Atlantico: la passione che dimostrano per la nostra musica. In questo senso, le differenze sono molto minori. In America facciamo il doppio, il triplo degli spettatori, ma chi viene a vedere un nostro concerto ha lo stesso entusiasmo, e quindi a livello di passione e comportamento non trovo ci siano vere e proprie differenze fra loro.

Stasera, prima di voi, suoneranno molti altri gruppi in questo festival. Conoscete qualcuno di loro? Che ne pensate?
Adam: sinceramente ne sappiamo poco. Sono band che non seguiamo molto, e soprattutto i tempi sono piuttosto serrati, quindi non abbiamo avuto modo di conoscere i ragazzi che divideranno il palco con noi.
Davey: siamo riusciti solo a conoscere il cantante degli Andead, è stato molto simpatico e ci siamo divertiti insieme a lui.

Il vostro ultimo disco, “Crash Love”, è uscito ormai da parecchi mesi. Che feedback avete ricevuto dal pubblico?
Davey: ottimi direi! Si è trattato di un parziale cambio di direzione rispetto al precedente “Decemberundergorund”, eppure la reazione del nostro pubblico è stata persino più positiva rispetto a quelle che, a volte, abbiamo ricevuto in passato. Quindi siamo molto contenti di come sono andate le cose, e di quello che siamo riusciti a fare con “Crash Love”.

Voi due siete fra i fondatori degli AFI, e siete gli unici superstiti della line – up originaria. Siete in giro da quasi vent’anni, e immagino avrete visto molte cose cambiare nel mondo della musica. Com’è cambiato quest’ultimo rispetto ai primi anni Novanta?
Davey: è completamente diverso oggi.
Adam: sì, rispetto a vent’anni fa sono cambiate moltissime cose. In generale c’è stata una crescita sia a livello di singoli musicisti sia a livello dell’industria che li supporta. Ad esempio, nelle grandi città degli Stati Uniti ci sono numerose scene musicali diverse, quasi tutte in fermento. Questo si ripercuote sulle case discografiche, che hanno più spazio per mettere sotto contratto band differenti: ci sono tante etichette che si occupano dell’underground, mentre a livello di major la situazione è un po’ diversa, perché anche in questo caso le possibilità a disposizione dei musicisti sono aumentate, ma si preferisce puntare su pochi nomi noti. In ogni caso penso che stiamo vivendo un periodo di buona creatività, e sta uscendo parecchia musica interessante in questi anni.

Cosa ne pensate del download via internet? Voglio dire, per voi la maggior accessibilità della musica da parte di tutti è un fatto positivo oppure negativo?
Davey: forse è una risposta scontata, ma ci sono aspetti sia positivi sia negativi nella cosa. Da un lato è positivo che molti ragazzi possano accedere facilmente e velocemente a tutta la musica che vogliono ascoltare, e in questo senso è più facile per molte band farsi conoscere. Però ci sono anche altri aspetti decisamente meno positivi. Uno è ovvio, ossia il fatto che il download libero tenda a distruggere l’industria musicale, e alla lunga questo può andare a svantaggio degli artisti emergenti stessi. Un altro ancora peggiore è la svalutazione che si può avere della musica quale fatto artistico, perché scaricare gratuitamente tutto quello che ti passa per la testa fa sì che molti scarichino un pezzo di qua, uno di là, in maniera quasi casuale. E questo impedisce di andare in profondità, sia a livello musicale sia a livello lirico, e di soffermarsi sullo stile di una band, o sul suo messaggio. È un impoverimento che purtroppo si nota sempre più, generazione dopo generazione. Credo che questo sia il vero problema dei nostri giorni riguardo alla cultura musicale, rock e non solo.

Qual è stato il momento più importante nella carriera degli AFI?
Davey: sicuramente il momento della reunion. Eravamo ancora molto giovani, e avevamo deciso di scogliere la band perché dovevamo andare a studiare al college. Però, successivamente, c’è stata l’occasione di ritrovarci per suonare in un teatro che si trovava vicino al college che stavamo frequentando. Quella sera, finito lo spettacolo, abbiamo deciso che la musica sarebbe stata la nostra vita, così abbiamo deciso di abbandonare gli studi e di concentrarci al 100% sulla nostra carriera. Senza quel concerto gli AFI oggi non ci sarebbero.

La vostra musica è stata definita in molti modi differenti: hardcore melodico, punk rock, punk hardcore, horror punk, alternative rock, ecc. Quale definizione trovate più calzante per quello che suonate?
Davey: credo che alternative rock sia quella che ci descriva meglio. Sinceramente, non abbiamo nulla a che fare con il punk rock, sia musicalmente sia per attitudine sia per come ci presentiamo sul palco. Per farti un esempio, un gruppo che al giorno d’oggi fa del vero punk/hardcore sono i Ceremony. Oppure, guardando a nomi che hanno fatto la storia del genere, i Germs, i Buzzcocks, i Black Flag, tutti loro sono/erano grandi band punk. È vero, a noi è stato spesso affibbiata la definizione di hardcore melodico, ma in realtà se si ascolta bene la nostra musica si capisce che con questo genere, e con il punk in generale, abbiamo poco o nulla a che spartire. Tra tutte, quindi, alternative rock è la miglior etichetta che possano darci.

Stefano Masnaghetti    

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