Africa Unite: ritorno alle radici, con intelligenza

Trent’anni di carriera e non sentirli. Sono tornati col botto gli Africa Unite, alfieri nostrani del reggae. Dopo il loro ultimo disco “Rootz” abbiamo fatto qualche domanda a Madaski, una delle anime della band piemontese.

 

Innanzitutto perché tornare alle radici, alle vostre radici, al vostro passato con questo disco?
Si tratta di un ritorno ad un’ispirazione più vicina al reggae ortodosso, con delle puntate alla dubpoetry anni 70 ma sostanzialmente pensiamo che il nostro stile sia in costante cambiamento.
Forse questo è il disco più reggae, dal punto di vista formale, ma riteniamo faccia parte di un percorso e non di un “ritorno”…

Recensendo “Rootz” mi è sembrato una fusione tra quello che ho apprezzato di più della vostra poetica musicale: “Babilonia e poesie” e “Vibra”. E’ stato un po’ quello il riferimento da cui ripartire dopo esservi fermati dopo “Controlli”?
Forse “Vibra”, in “Babilonia e poesia” c’è molta più contaminazione, anche etnica, che, sinceramente è molto lontana dal nostro stile attuale, tra i tre che hai citato rimane “Controlli”, comunque il mio preferito. E penso che “Rootz” a suo modo ne sia il proseguimento naturale anche se è stata usata meno elettronica appariscente.

Mi è piaciuta molto la vostra critica alle prese di posizione smaccatamente omofobe del reggae giamaicano e anche la critica agli stilemi rastafariani del reggae che tornano spesso in tanti gruppi del panorama (anche italico) ma svuotati di vero significato “sentito”, quanto invece usati come slogan che attecchiscano dal vivo. Invece voi da sempre avete avuto e cantato le vostre idee, a volte in contrasto con il “don’t worry be happy” della musica in levare, e avete avuto uno sguardo sul presente e sulla situazione Italia. Cosa mi dici in proposito dei vostri testi e della loro importanza?
Fanno la differenza! C’è molta cura e voglia di dire le cose come stanno.
Gli italiani che parlano di Rastafari lo fanno per moda o perché suona bene, mi rifiuto davvero di pensare che credano veramente che l’imperatore d’Etiopia possa essere un dio in terra, lui per primo rifiutava questa cosa, anzi non ne era quasi al corrente, comunque il rastafarianesimo è un insieme di scemenze assolutamente inapplicabile alla cultura occidentale, per altro anche il cattolicesimo non scherza, se pensiamo che in questo momento proprio qui a Torino, si muovono masse enormi di persone adoranti un lenzuolo…Mi vengono i brividi!

Come avete scelto gli ospiti che hanno collaborato nel disco? E’ stato bello ritrovare Alborosie, che ha condiviso con voi gli inizi dei suoi Reggae National Tickets diversi anni fa?
Abbiamo conservato ottimi rapporti con Alberto, e collaboriamo quando si può. Gli altri sono molto giovani e molto bravi, speriamo di poter fornire loro una piccola vetrina che li aiuti nel loro percorso artistico.

Cos’è cambiato e cosa no in questi quasi 30 anni di attività nel gruppo come dinamiche di composizione o di scelte di gruppo da portare avanti?
Molte cose. Le persone innanzitutto, i rapporti iniziano e finiscono, bisogna sempre rinnovarsi e stare attenti a trovare il giusto entusiasmo, rapportare l’attività musicale alla propria vita ed alle proprie esigenze, ed un sacco di cose pratiche alle quali la gente spesso non pensa quando vede una band.
Il binomio con Bunna rimane inalterato se no non ci sarebbero più gli Africa, questo è sicuro.

Proprio con in testa questo ritorno al roots reggae anni ’70, come al dub poetry vicino a Linton Kwesy Johnson, come vi ponete rispetto alla scena dancehall odierna che sta spopolando da diversi anni? Non ci sono vostri fan che vi chiedono una svolta in quel senso?
Non penso ce ne siano. Al contrario, l’immaginario di Africa Unite è molto vicino a ciò che noi siamo, un gruppo militante che esprime la propria coerenza con la ricerca e con il cervello, ed alla gente piacciamo così. Almeno spero.

Cosa si devono aspettare i vostri fan per il tour che è appena iniziato?
Un grande tour con molte date, molto entusiasmo da parte nostra. Abbiamo una gran voglia di suonare, un nuovo drummer, Ale Soresini, che scalpita, il ritorno di Mr. T Bone alla guida della sezione fiati. Spaccheremo.

Luca Freddi

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