Alain Clark (Press Conference)

“Father And Friend” ha avuto così successo in Europa che inevitabilmente l’eco è giunto anche qui in Italia, paese spesso restio ad accettare qualcosa che non sia ultra melodico o perlomeno visto in tv…

17 marzo 2009

Alain Clark, ragazzo olandese trapiantato a Los Angeles, un giro dalle nostre parti l’aha appena fatto in occasione del Festival di Sanremo e ora pare non volersi fermare più. Outune ha avuto la possibilità di incontrarlo durante la presentazione del suo primo lavoro intitolato “Live It Out”.

A breve distanza dal Festival di Sanremo ti ritroviamo in Italia…
Sì, vivo ormai in modo molto intenso ogni cosa. Non ho più molto tempo per respirare, ma va benissimo così! Dopo il Festival sono tornato nel mio paese per alcuni eventi promozionali e ora mi ritrovo nuovamente da voi per uno show case alla Feltrinelli.

“Father And Friend” sta ottenendo un gran successo in patria, ma anche in Italia è molto trasmessa. Come è nata? Ti sei per caso in qualche modo ispirato alla grande “Father And Son”?
Guarda, la canzone è nata come semplice omaggio a mio padre. E’ solo un modo per dirgli quello che provo per lui e quanto mi ha dato nella vita. Sembra impossibile, ma non avevo mai sentito prima il pezzo di Cat Stevens! Solo dopo aver scritto la mia ne sono venuto a conoscenza (e qui un po’ stentiamo a credergli…Ndr). Cat Stevens comunque rimane un genio assoluto della musica mondiale.

A chi ti ispiri del passato per la musica che componi?
Be’ io ho la pretesa di comporre canzoni un po’ come si facevano una volta, con un certo tipo di apparecchiature, ma soprattutto con l’animo che guarda ad un certo periodo della musica che amo. Tra i miei idoli posso citarti Michael Jackson, Stevie Wonder, James Brown. Ma la lista dovrebbe essere molto più lunga!

Della nostra musica hai mai apprezzato qualcosa?
 
Assolutamente sì! Quando ero piccolo impazzivo per  Laura Pausini e la sua “Strani Amori” (e la canticchia…) anche se logicamente non capivo una parola del testo. Ero troppo piccolo e soprattutto olandese!

Deve esserti costato un po’ l’ingaggio di Steve Gadd. Suona la batteria su ogni pezzo dell’album? Come l’hai contattato?
E’ stata una soddisfazione incredibile. Un giorno, mentre ascoltavo un po’ di miei dischi per trovare qualche spunto interessante, mi sono accorto che praticamente in tutti vi suonava Steve. Allora mi sono fatto coraggio e gli ho mandato una mail dove gli chiedevo se avesse potuto partecipare al mio album. Inizialmente non poteva perché impegnato con Eric Clapton, ma in seguito ha accettato ed è stato semplicemente eccezionale. Sì, mi è costato, ma lo rifarei immediatamente!

Perché ad un certo punto ti sei trasferito a Los Angeles?
Perché ho capito che avrei dovuto farlo se volevo avere più visibilità e possibilità di farmi sentire. Los Angeles per me è stata una scuola di vita, ho imparato tantissimo ascoltando altri artisti e facendomi trasportare dalle emozioni che provavo. Indubbiamente una scelta che rifarei.

Prima di sfondare sei stato produttore e hai scritto per altri. Quante canzoni pensi di aver composto nel corso della tua vita?
Questa è una bella domanda, ma praticamente impossibile da rispondere! Ho perso il conto dei pezzi che ho scritto per me e per gli altri. Devo dire però che per ogni bella canzone che ho scritto ne ho scritte almeno trenta inascoltabili, forse è anche per questo che non mi piace ricordarne il numero esatto (ride).

Luca Garrò

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